Meriggio in blues

Another side of BD

Testamenti #5

Sulle virtù della speranza si è scritto molto e ancor di più parlato. Così come è accaduto e continuerà ad accedere con le utopie, la speranza è stata sempre, nel corso del tempo, una specie di paradiso sognato dagli scettici. Fervidi credenti, di quelli da messa e comunione, di quelli convinti di avere sulle loro teste la mano compassionevole di Dio a proteggerli dalla pioggia e dal caldo, non dimenticano di pregarlo perché conceda loro in questa vita almeno una piccola parte di quella beatitudine che ha promesso nell’altra.

Per questo, chi non è soddisfatto di ciò che gli è toccato nella diseguale distribuzione dei beni del pianeta, soprattutto materiali, si attacca alla speranza che il diavolo non starà sempre dietro la porta e che la ricchezza gli entrerà un giorno, più presto che tardi, dalla finestra. Chi ha perso tutto, ma ha avuto almeno la fortuna di conservare la triste vita, ritiene che gli spetti l’umanissimo diritto di sperare che il giorno di domani non sia così disgraziato come quello di oggi. Supponendo, è chiaro, che vi sia giustizia in questo mondo.

Ora, se in questi luoghi e di questi tempi esistesse qualcosa che meritasse tal nome, non il solito miraggio con cui si illudono gli occhi e la mente, ma una realtà che si potesse toccare con mano, è evidente che non avremmo quotidianamente bisogno di cullare tra le braccia la speranza, o farci cullare da lei. La semplice giustizia si incaricherebbe di rimettere ogni cosa al posto giusto. Un tempo, al mendicante cui si era appena negata l’elemosina, si raccomandava ipocritamente di avere pazienza. Credo che, nella pratica, consigliare a qualcuno di avere speranza non è poi cosi diverso dal consigliargli di avere pazienza. […]

Ovviamente, non ho nulla di personale contro la speranza, ma preferisco l’impazienza. È ormai tempo che essa si noti nel mondo perché qualcosa apprendano coloro che preferiscono che ci nutriamo di speranze. O di utopie.

J. Saramago – Il quaderno

7.

C’è in ogni cambiamento qualcosa d’infame e di piacevole al tempo stesso, qualcosa che ha dell’infedeltà e del trasloco.

Charles BaudelaireMon coeur mis à nu

Forse basta questo a spiegare il nostro tempo. Cambiare richiede fatica e pochi sono disposti a rinunciare alle proprie comodità. Che spesso derivano da un sistema che premia gli inetti. O meglio, gli allineati. Quelli che si sentono a casa nella comune mediocrità.

Infidel

A volte ci sono alcune scadenze che ti servono, per quanto le odi, a misurare il passare delle stagioni. Stesso tavolo, stesse persone, stesse ritualità. Un amico che si è perso in un lutto che non è riuscito a superare, alcune cose si sono sistemate a scapito del tuo orgoglio, altre sono la solita noia.  E poi c’è lei, Beatrice. L’imperfezione, la stonatura, quello che ti fa sentire vivo. Diverso in mezzo a un mare di banalità, anche se sei solo tu a saperlo. Ma l’introspezione è sempre stato il tuo demone e la tua salvezza.

Scoff

“Mi conservo appositamente näif e sto alla larga dalle informazioni di questa terra perché è l’unico modo di evitare un atteggiamento cinico”.

K. CobainDiari 

In questa frase c’è tutta le generazione degli anni novanta. Inconcludente, con la testa sempre altrove, mai veramente felice e mai veramente triste. Con il mito del ricominciare sempre da zero e con un dna da borderlines. Poi più avanti nell’articolo che non ricordo dove ho letto, dice che eravamo i figli della noia e del benessere. Si è vero non abbiamo concluso granché, né totalmente analogici né abbastanza digitali. Ma io sto sempre con Kurt perché uno stato d’animo non si spiega con le parole e con la mania vivisezionatrice di oggi. E accendo Scoff.

Nei miei occhi
Non sono pigro
Nella mia faccia
Non è finita
Nella tua stanza
Non sono vecchio
Nei tuoi occhi
Non sono quello sbagliato
Ridammi il mio alcohol
ne cura un milione, ne uccide un milione

Dammi tutto il tuo…