Meriggio in blues

Another side of BD

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Testamenti #6

In questi giorni sto leggendo Sbucciando la cipolla di Gunter Grass. Libro denso di avvenimenti, memorie, nomi ed emozioni che lungo tutta la vita dell’autore tedesco e per le 384 pagine del libro, si dipanano creando una sorta  di bignami del Novecento. La guerra, la dittatura, la miseria, la riunificazione tedesca raccontati dal uno dei testimoni che per la prima volta fa pubblicamente ammenda della sua giovanile partecipazione nella gioventù hitleriana. La cosa che colpisce e fa riflettere è che visto lo spesso numero di anni che ci separano oramai dagli avvenimenti citati, la storia sfuma in quello che potrebbe essere quasi fantascienza.

Ma quello che mi ha dato più da pensare è che Grass scrisse questa sua autobiografia all’età di 80 anni, e io, che mi lascio trasportare sognante in queste pagine, invece fra poco ne farò 38. AL netto che ogni età della vita è passabile di bilanci, e che una tempra malinconica trasforma quasi istantaneamente le gioie che sta vivendo in dolorosi ricordi che non torneranno più, mi sono sentito consumato prima del tempo.

Qualche anno fa fantasticavo di essere sempre qualcun altro e da qualche altra parte, passando da una successione di entrate in scena in costumi diversi all’altra. In questo mi rivedo molto nel Grass bambino e adolescente. Baldanders, subito diverso.

Che i troppi stimoli portino all’atrofizzazione precoce?

Scrissi queste righe due anni fa. Ora non lo farei più, il mio stato d’animo è cambiato di molto. Merito di un nuovo incontro, che mi ha ridato la voglia di scoprire, di discutere, di provare emozioni forti. E di un altro ancora che mi ha aperto gli occhi sulla mia paura di vivere, come una nave attraccata al porto con le vele ammainate. Il mare la chiama, ma essa pure lo teme.

Per anni ho cercato di riempire un vuoto cercando dentro me stesso la chiave. Senza capire, senza saper guardare, buttandoci dentro di tutto. Ora sto svuotando la mia cambusa, per tenere quello che si accorda con il mio sentire.

La ricerca non è solo interiore, altrimenti la sensibilità si atrofizza nel proprio egoismo. La ricerca è un circuito di sacrificio, umiltà e cammino che prende la propria spinta nell’uscire da sé. Ora devo ritrovare le parole, il senso, perché prima tutto è stato detto, ma nulla ha lasciato.

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Testamenti #5

Sulle virtù della speranza si è scritto molto e ancor di più parlato. Così come è accaduto e continuerà ad accedere con le utopie, la speranza è stata sempre, nel corso del tempo, una specie di paradiso sognato dagli scettici. Fervidi credenti, di quelli da messa e comunione, di quelli convinti di avere sulle loro teste la mano compassionevole di Dio a proteggerli dalla pioggia e dal caldo, non dimenticano di pregarlo perché conceda loro in questa vita almeno una piccola parte di quella beatitudine che ha promesso nell’altra.

Per questo, chi non è soddisfatto di ciò che gli è toccato nella diseguale distribuzione dei beni del pianeta, soprattutto materiali, si attacca alla speranza che il diavolo non starà sempre dietro la porta e che la ricchezza gli entrerà un giorno, più presto che tardi, dalla finestra. Chi ha perso tutto, ma ha avuto almeno la fortuna di conservare la triste vita, ritiene che gli spetti l’umanissimo diritto di sperare che il giorno di domani non sia così disgraziato come quello di oggi. Supponendo, è chiaro, che vi sia giustizia in questo mondo.

Ora, se in questi luoghi e di questi tempi esistesse qualcosa che meritasse tal nome, non il solito miraggio con cui si illudono gli occhi e la mente, ma una realtà che si potesse toccare con mano, è evidente che non avremmo quotidianamente bisogno di cullare tra le braccia la speranza, o farci cullare da lei. La semplice giustizia si incaricherebbe di rimettere ogni cosa al posto giusto. Un tempo, al mendicante cui si era appena negata l’elemosina, si raccomandava ipocritamente di avere pazienza. Credo che, nella pratica, consigliare a qualcuno di avere speranza non è poi cosi diverso dal consigliargli di avere pazienza. […]

Ovviamente, non ho nulla di personale contro la speranza, ma preferisco l’impazienza. È ormai tempo che essa si noti nel mondo perché qualcosa apprendano coloro che preferiscono che ci nutriamo di speranze. O di utopie.

J. Saramago – Il quaderno

Testamenti #4

La noia

«La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo»

(In W. Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Neri Pozza, Vicenza 2012, p. 251)

Testamenti #3

Colui che impara

Prima costruii sulla sabbia,
poi costruii sulla roccia.
Quando la roccia crollò
non ho più costruito su nulla.
Poi ancora talvolta costruivo
su sabbia e roccia, come capitava, ma
avevo imparato.

Coloro ai quali affidavo la lettera
la buttavano via.
Ma chi non curavo
me la riportava.
Allora ho imparato.

Le mie disposizioni non furono rispettate.
Quando giunsi, m’avvidi
che erano sbagliate.
Era stato fatto
quel che era giusto.
Così ho imparato.

Le cicatrici dolgono
nel tempo di gelo.
Ma spesso dico: solo la fossa
non m’insegnerà più nulla