Meriggio in blues

Another side of BD

Tag: società

Possiamo fidarci delle storie?

E così l’odio è diventato mainstream. A sinistra, la formula descrittiva è sempre la stessa: “I populisti e i razzisti hanno saputo intercettare il disagio e le paure del ceto medio impoverito”. Nella sua laconicità, sembra quasi offrire il fianco al nemico. Che ci sia stata una crisi nel continente è ovvio; ma che non sia paragonabile in nessun modo a quella da cui fuggono gli oggetti di questo odio radicale, lo è altrettanto.

Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa?

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Links End #12

Il medioevo digitale. Quasi dieci anni fa, Olia Lialina e Dragan Espenschied – la prima curatrice e internet artist russa, il secondo mediattivista e musicista tedesco – diedero alle stampe un curioso volume dal titolo tanto didascalico da suonare ovvio, e che invece resta forse il primo, fondamentale tentativo di indagare una realtà all’epoca ancora in formazione eppure già sorprendentemente matura: Digital Folklore. Pubblicato nell’ormai lontano 2009 dall’editore d’arte Merz & Solitude, riccamente illustrato e zeppo di esempi pescati da più disparati anfratti del web (all’epoca ancora lo chiamavamo così), Digital Folklore esponeva una tesi tutto sommato semplice: da internet – o per meglio dire dai suoi utenti – stava emergendo una vera e propria cultura popolare coi propri caratteri e i propri linguaggi, un guazzabuglio tecno-vernacolare patrimonio di una comunità orizzontale, anonima e soprattutto sviluppatasi al di fuori della cultura ufficiale.

Selfie Life. Lo specchio del mondo. Nel mito di Ovidio, Narciso rifiuta l’amore di Eco – già, ma perché? Lui che cerca la replica di se stesso dal punto di vista dell’immagine, perché respinge la riproduzione di qualcosa di così rappresentativo di sé quale può essere la propria voce?

 

Superficialità

di Riccardo Cameranesi

Nel quadro della religione del disincanto, dello scetticismo ridotto a moda e del cinismo fattosi prerequisito per l’inclusione nella società dei consumatori, ogni asserzione è accettabile se non crede in sé e si nega continuamente. I gusti stessi sono assunti in modo ironico, resi caricatura ed esagerazione, fino all’adorazione del trash puro, secondo il solito meccanismo di disidentificazione.

Si ride dei tormentoni musicali perché sono orribili e perché la qualità scende tanto da scavallare nell’attraente, perché il non senso viene caricato del senso di non avere senso, ma intanto si va a ballare su quelle musiche e ci si fotografa con chi le canta. Nel trash musicale, dai rapper stonati di periferia alle hit estive prodotto dell’industria musicale globale, si manifesta l’ideologia cinica e ironica che deride e si distanzia mentre organizza il concerto e va sotto al palco, che storce il naso mentre ripete i testi a memoria, che fa l’occhiolino e sorride mentre alza il volume della radio. Sanno di cosa si tratta, eppure continuano a farlo. Sanno che si tratta di canzoni orribili o prodotti industriali fatti apposta per inebetire ed entrare sotto pelle. Sanno che si tratta di confezioni vuote atte al consumo usa e getta. Sanno di contribuire al proprio inebetimento, eppure perseverano, accontentandosi di dirsi di sapere.

S’incoraggia l’acquisto della merda in musica purché se ne rida, perché va bene ascoltare o leggere qualunque cosa, basta che la si disprezzi, in modo da sentirsi migliori di chi fa le stesse cose, ma crede in quel che fa. Si cerca insomma il peggio della società e ci si accontenta di stare appena un gradino sopra di esso, consumando gli stessi prodotti dannosi e senza qualità, ma sapendo che fanno male e sono vuoti. In questo conformismo ironico non rimane che la potenza del mercato, il fatto che alla fine, in un modo o nell’altro, si acquista ciò che viene dato. Non resta che la forza di chi tira i fili e produce sempre nuovi ninnoli da far girare sulla culla della massa, sorridente e sbalordita.

Si affiancano e si mischiano la qualità e la merda come se quello fosse un gioco divertente, come quello se fosse criticare, come se fosse decostruire o anche solo dire qualcosa. Mentre quel pastiche indifferenziato è solo l’esposizione e la celebrazione della superficialità, l’orgoglio del brutale squallore, l’arroganza della stupidità che si vanta e si autoassolve. I giochini logici a disposizione dell’obbedienza si moltiplicano, rendendo possibile giustificare e fondare ogni schifezza piccolo egoista, mascherare ogni dipendenza e ogni sudditanza sotto una narrazione di libertà ed emancipazione.

Links Ends #10

La prossimità contro il logorio dell’attualità. “l’intimità della tua casa” (Sal 128) ciò che trasforma tutto in sapore. Ed è la prossimità di un posto delizioso a sedare la tempesta dei penseri ansiosi e contorti dell’esistenza. La casa diventa a quel punto il rifugio, l’archetipo di un luogo dell’animo dove respiri l’armonia delle relazioni e la tolleranza degli approcci. Se è vero che Agostino d’Ippona chiede “unde malum” (da dove viene il male del mondo?) è altrettanta autentica la domanda che si muove in senso opposto ovvero l’interrogativo filosofico-etico “dove posso stare bene”.

Il faut décourager les arts. C’è chi ancora crede che l’arte vada spiegata. Riprendendo parole d’ordine del tardo Illuminismo, parole ormai ridotte a vuoti simulacri, si ritiene che l’arte sia una delle tante facce della cultura, di quella cultura che si vorrebbe essere fonte primaria di progresso, evoluzione e civiltà. In genere, colui che sostiene queste posizioni si affretta ad aggiungere che oggi, anzi, “ai giorni nostri”, la parola critica capace di divulgare il segreto dell’arte, di diffondere alle masse il suo enigma, è soffocata dal proliferare dei nuovi media, dal loro paniconismo analfabeta.

I mille libri di New York. Tutte le anime della città si specchiano nella sua grande biblioteca pubblica, come racconta lo straordinario documentario “Ex Libris” dal 23 aprile al cinema