Tag: società

Superficialità

di Riccardo Cameranesi

Nel quadro della religione del disincanto, dello scetticismo ridotto a moda e del cinismo fattosi prerequisito per l’inclusione nella società dei consumatori, ogni asserzione è accettabile se non crede in sé e si nega continuamente. I gusti stessi sono assunti in modo ironico, resi caricatura ed esagerazione, fino all’adorazione del trash puro, secondo il solito meccanismo di disidentificazione.

Si ride dei tormentoni musicali perché sono orribili e perché la qualità scende tanto da scavallare nell’attraente, perché il non senso viene caricato del senso di non avere senso, ma intanto si va a ballare su quelle musiche e ci si fotografa con chi le canta. Nel trash musicale, dai rapper stonati di periferia alle hit estive prodotto dell’industria musicale globale, si manifesta l’ideologia cinica e ironica che deride e si distanzia mentre organizza il concerto e va sotto al palco, che storce il naso mentre ripete i testi a memoria, che fa l’occhiolino e sorride mentre alza il volume della radio. Sanno di cosa si tratta, eppure continuano a farlo. Sanno che si tratta di canzoni orribili o prodotti industriali fatti apposta per inebetire ed entrare sotto pelle. Sanno che si tratta di confezioni vuote atte al consumo usa e getta. Sanno di contribuire al proprio inebetimento, eppure perseverano, accontentandosi di dirsi di sapere.

S’incoraggia l’acquisto della merda in musica purché se ne rida, perché va bene ascoltare o leggere qualunque cosa, basta che la si disprezzi, in modo da sentirsi migliori di chi fa le stesse cose, ma crede in quel che fa. Si cerca insomma il peggio della società e ci si accontenta di stare appena un gradino sopra di esso, consumando gli stessi prodotti dannosi e senza qualità, ma sapendo che fanno male e sono vuoti. In questo conformismo ironico non rimane che la potenza del mercato, il fatto che alla fine, in un modo o nell’altro, si acquista ciò che viene dato. Non resta che la forza di chi tira i fili e produce sempre nuovi ninnoli da far girare sulla culla della massa, sorridente e sbalordita.

Si affiancano e si mischiano la qualità e la merda come se quello fosse un gioco divertente, come quello se fosse criticare, come se fosse decostruire o anche solo dire qualcosa. Mentre quel pastiche indifferenziato è solo l’esposizione e la celebrazione della superficialità, l’orgoglio del brutale squallore, l’arroganza della stupidità che si vanta e si autoassolve. I giochini logici a disposizione dell’obbedienza si moltiplicano, rendendo possibile giustificare e fondare ogni schifezza piccolo egoista, mascherare ogni dipendenza e ogni sudditanza sotto una narrazione di libertà ed emancipazione.

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Links Ends #10

La prossimità contro il logorio dell’attualità. “l’intimità della tua casa” (Sal 128) ciò che trasforma tutto in sapore. Ed è la prossimità di un posto delizioso a sedare la tempesta dei penseri ansiosi e contorti dell’esistenza. La casa diventa a quel punto il rifugio, l’archetipo di un luogo dell’animo dove respiri l’armonia delle relazioni e la tolleranza degli approcci. Se è vero che Agostino d’Ippona chiede “unde malum” (da dove viene il male del mondo?) è altrettanta autentica la domanda che si muove in senso opposto ovvero l’interrogativo filosofico-etico “dove posso stare bene”.

Il faut décourager les arts. C’è chi ancora crede che l’arte vada spiegata. Riprendendo parole d’ordine del tardo Illuminismo, parole ormai ridotte a vuoti simulacri, si ritiene che l’arte sia una delle tante facce della cultura, di quella cultura che si vorrebbe essere fonte primaria di progresso, evoluzione e civiltà. In genere, colui che sostiene queste posizioni si affretta ad aggiungere che oggi, anzi, “ai giorni nostri”, la parola critica capace di divulgare il segreto dell’arte, di diffondere alle masse il suo enigma, è soffocata dal proliferare dei nuovi media, dal loro paniconismo analfabeta.

I mille libri di New York. Tutte le anime della città si specchiano nella sua grande biblioteca pubblica, come racconta lo straordinario documentario “Ex Libris” dal 23 aprile al cinema

Malafede

di Riccardo  Cameranesi

Le troppe informazioni che giungono da ogni lato del cyberspazio incoraggiano la rinuncia a capire, la resa totale nei confronti dell’insensatezza, e il mondo sensibile e carnale perde concretezza e immediatezza per farsi sempre più filtrato, mediato e mediatizzato. La cacofonia che sommerge gli utenti, il bombardamento insopportabile di stimoli di ogni sorta, atrofizza la capacità di ascolto e rende irriconoscibile la propria esistenza biologica, ma sopratutto provoca un drammatico spaesamento esistenziale e un conformismo di massa in forma di piccolo cinismo.

La possibilità di contraffare e manipolare totalmente le immagini rivoluziona la percezione di ciò che è reale, modifica l’immaginario della società e sostiene il solito cinismo. Se da un lato il mondo è sempre più un mondo di immagini, dall’altro queste sono inaffidabili, truccabili, menzognere. E questo alimenta al contempo alienazione e sfiducia.

Le pubblicità hanno allevato generazioni intere a uno scetticismo banale e gretto, le hanno abituate a disprezzare la verità, a non preoccuparsi delle bugie seduttive, secondo la solita logica del cinismo misero che si accontenta di sapere che sta ascoltando una menzogna, senza indignarsi per l’inganno, e poi va a comprare il prodotto appena visto. Sistematiche bugie e totale sudditanza: far credere che tutto sia falso mentre si spinge a restare seduti a ingoiare lo sterco videotrasmesso, perché quello che vedo è finto, ma devo restare a vederlo, non cambiare canale, né tantomeno spegnere gli schermi.

Sotto questa luce il web segna l’epoca massima dell’idealismo dell’antidealismo, della religione dell’antireligione, dell’incanto del disincanto, del conformismo dell’anticonformismo: il web è il teatrino del cinismo passivo che mischia le carte senza sosta, che sovrappone vero e falso e appiattisce entrambi su due dimensioni, castrando ogni sublimazione e ogni trascendenza.

Links Ends #9

Tristi verità di provincia. Per molti anni ho tenuto l’edizione completa delle opere di Paolo Volponi, curata da Emanuele Zinato per Einaudi, sulla mia scrivania. Mi arrampicavo sulla prosa ardua, visionaria, cogitativa e poetica di uno scrittore di cui sentivo appartenermi i temi e quella lacerazione, tutta italiana, fra una modernità mal assimilata e un patrimonio storico ingombrante e sontuoso.

Il cammino di Santa Barbara. Dal mare cristallino di Sant’Antioco alle fitte foreste del Marganai, dalle bianche dune di Piscinas alle spettacolari grotte di Is Zuddas, un itinerario storico, culturale e naturalistico nel Parco geominerario della Sardegna, visitando villaggi fantasma, siti archeologici, miniere recuperate.

Le streghe della notte. È stato il nemico nazista, a dare alle Streghe della notte il soprannome che le avrebbe accompagnate nel lungo viaggio della Storia. Primo reggimento sovietico completamente femminile, le Streghe agivano protette dal buio della notte russa, arrivavano su aerei ultraleggeri e bombardavano gli accampamenti dell’invasore tedesco dopo la rottura, da parte di Hitler, del patto Molotov-Ribbentrop. I soldati della Wehrmacht si accorgevano della loro presenza troppo tardi, quando l’accampamento era ormai diventato un inferno di esplosioni e, nonostante i fari puntati nel cielo, era impossibile localizzare le coraggiose aviatrici.