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Testamenti #5

Sulle virtù della speranza si è scritto molto e ancor di più parlato. Così come è accaduto e continuerà ad accedere con le utopie, la speranza è stata sempre, nel corso del tempo, una specie di paradiso sognato dagli scettici. Fervidi credenti, di quelli da messa e comunione, di quelli convinti di avere sulle loro teste la mano compassionevole di Dio a proteggerli dalla pioggia e dal caldo, non dimenticano di pregarlo perché conceda loro in questa vita almeno una piccola parte di quella beatitudine che ha promesso nell’altra.

Per questo, chi non è soddisfatto di ciò che gli è toccato nella diseguale distribuzione dei beni del pianeta, soprattutto materiali, si attacca alla speranza che il diavolo non starà sempre dietro la porta e che la ricchezza gli entrerà un giorno, più presto che tardi, dalla finestra. Chi ha perso tutto, ma ha avuto almeno la fortuna di conservare la triste vita, ritiene che gli spetti l’umanissimo diritto di sperare che il giorno di domani non sia così disgraziato come quello di oggi. Supponendo, è chiaro, che vi sia giustizia in questo mondo.

Ora, se in questi luoghi e di questi tempi esistesse qualcosa che meritasse tal nome, non il solito miraggio con cui si illudono gli occhi e la mente, ma una realtà che si potesse toccare con mano, è evidente che non avremmo quotidianamente bisogno di cullare tra le braccia la speranza, o farci cullare da lei. La semplice giustizia si incaricherebbe di rimettere ogni cosa al posto giusto. Un tempo, al mendicante cui si era appena negata l’elemosina, si raccomandava ipocritamente di avere pazienza. Credo che, nella pratica, consigliare a qualcuno di avere speranza non è poi cosi diverso dal consigliargli di avere pazienza. […]

Ovviamente, non ho nulla di personale contro la speranza, ma preferisco l’impazienza. È ormai tempo che essa si noti nel mondo perché qualcosa apprendano coloro che preferiscono che ci nutriamo di speranze. O di utopie.

J. Saramago – Il quaderno

Links Ends #10

La prossimità contro il logorio dell’attualità. “l’intimità della tua casa” (Sal 128) ciò che trasforma tutto in sapore. Ed è la prossimità di un posto delizioso a sedare la tempesta dei penseri ansiosi e contorti dell’esistenza. La casa diventa a quel punto il rifugio, l’archetipo di un luogo dell’animo dove respiri l’armonia delle relazioni e la tolleranza degli approcci. Se è vero che Agostino d’Ippona chiede “unde malum” (da dove viene il male del mondo?) è altrettanta autentica la domanda che si muove in senso opposto ovvero l’interrogativo filosofico-etico “dove posso stare bene”.

Il faut décourager les arts. C’è chi ancora crede che l’arte vada spiegata. Riprendendo parole d’ordine del tardo Illuminismo, parole ormai ridotte a vuoti simulacri, si ritiene che l’arte sia una delle tante facce della cultura, di quella cultura che si vorrebbe essere fonte primaria di progresso, evoluzione e civiltà. In genere, colui che sostiene queste posizioni si affretta ad aggiungere che oggi, anzi, “ai giorni nostri”, la parola critica capace di divulgare il segreto dell’arte, di diffondere alle masse il suo enigma, è soffocata dal proliferare dei nuovi media, dal loro paniconismo analfabeta.

I mille libri di New York. Tutte le anime della città si specchiano nella sua grande biblioteca pubblica, come racconta lo straordinario documentario “Ex Libris” dal 23 aprile al cinema

Links Ends #9

Tristi verità di provincia. Per molti anni ho tenuto l’edizione completa delle opere di Paolo Volponi, curata da Emanuele Zinato per Einaudi, sulla mia scrivania. Mi arrampicavo sulla prosa ardua, visionaria, cogitativa e poetica di uno scrittore di cui sentivo appartenermi i temi e quella lacerazione, tutta italiana, fra una modernità mal assimilata e un patrimonio storico ingombrante e sontuoso.

Il cammino di Santa Barbara. Dal mare cristallino di Sant’Antioco alle fitte foreste del Marganai, dalle bianche dune di Piscinas alle spettacolari grotte di Is Zuddas, un itinerario storico, culturale e naturalistico nel Parco geominerario della Sardegna, visitando villaggi fantasma, siti archeologici, miniere recuperate.

Le streghe della notte. È stato il nemico nazista, a dare alle Streghe della notte il soprannome che le avrebbe accompagnate nel lungo viaggio della Storia. Primo reggimento sovietico completamente femminile, le Streghe agivano protette dal buio della notte russa, arrivavano su aerei ultraleggeri e bombardavano gli accampamenti dell’invasore tedesco dopo la rottura, da parte di Hitler, del patto Molotov-Ribbentrop. I soldati della Wehrmacht si accorgevano della loro presenza troppo tardi, quando l’accampamento era ormai diventato un inferno di esplosioni e, nonostante i fari puntati nel cielo, era impossibile localizzare le coraggiose aviatrici.