Meriggio in blues

Another side of BD

Tag: Cinema

Links Ends #10

La prossimità contro il logorio dell’attualità. “l’intimità della tua casa” (Sal 128) ciò che trasforma tutto in sapore. Ed è la prossimità di un posto delizioso a sedare la tempesta dei penseri ansiosi e contorti dell’esistenza. La casa diventa a quel punto il rifugio, l’archetipo di un luogo dell’animo dove respiri l’armonia delle relazioni e la tolleranza degli approcci. Se è vero che Agostino d’Ippona chiede “unde malum” (da dove viene il male del mondo?) è altrettanta autentica la domanda che si muove in senso opposto ovvero l’interrogativo filosofico-etico “dove posso stare bene”.

Il faut décourager les arts. C’è chi ancora crede che l’arte vada spiegata. Riprendendo parole d’ordine del tardo Illuminismo, parole ormai ridotte a vuoti simulacri, si ritiene che l’arte sia una delle tante facce della cultura, di quella cultura che si vorrebbe essere fonte primaria di progresso, evoluzione e civiltà. In genere, colui che sostiene queste posizioni si affretta ad aggiungere che oggi, anzi, “ai giorni nostri”, la parola critica capace di divulgare il segreto dell’arte, di diffondere alle masse il suo enigma, è soffocata dal proliferare dei nuovi media, dal loro paniconismo analfabeta.

I mille libri di New York. Tutte le anime della città si specchiano nella sua grande biblioteca pubblica, come racconta lo straordinario documentario “Ex Libris” dal 23 aprile al cinema

Links Ends #8

Si può aggiustare il futuro? Una riflessione sui nostri tempi a partire da How to Fix the Future, un saggio di Andrew Keen appena uscito negli Stati Uniti.

MANIFESTO DI JULIAN ROSEFELDT. Manifesto è una installazione artistica e prodotto cinematografico di videoarte nato sotto forma di ibrido girato in 11 giorni dall’artista tedesco Julian Rosefeldt nei pressi di Berlino. Cate Blanchett è l’attrice protagonista chiamata a spingere l’osservazione dello spettatore alla visione di 12 personaggi differenti che recitano parti tratte dai proclami artistici e politici diffusi tra fine Ottocento e Novecento.

Tra remake e sequel, il nostro immaginario è ormai morto

di Fabio Chiusi

Sempre più spesso, nella cultura popolare di massa, l’immaginario del presente è un rigurgito dell’immaginario del passato. Dei suoi miti e leggende. Delle avventure e degli eccessi. Sempre più spesso quel rigurgito ci costringe a tornare sulla scena del delitto, lì dove stava la vita, per scoprire e riscoprire, annoiati, le sagome disegnate col gesso sul pavimento, gli indizi sui morti che ormai conosciamo a memoria. Ma i morti stanno dentro di noi, sono i nostri sogni e desideri, disastrati da decenni di ritorni, ritocchi, ampliamenti – senza che si siano in realtà mai mossi di un millimetro.

Torniamo a Los Angeles tra i replicanti, sul ring di Rocky, nelle giungle di Rambo; i nostri figli imbracciano le spade laser che imbracciavamo noi, da bambini; mettiamo il cappello di Indiana Jones, come fosse sempre la prima volta. È tutto più bello, vivido, grande, reale. E, insieme, è tutto più finto. Il primo respiro di Vader è indimenticabile: basta quello a incutere timore, scatenare l’attenzione. In “Rogue One”, invece, serve una carrellata di decessi spettacolari, corpi gettati al soffitto con il solo pensiero, luci e fumi e passaggi registici che inducano una concitazione che altrimenti è fermamente ancorata allo sbadiglio. Lo stesso vale per infinite altre avventure di successo. I ragazzi a confronto col Demogorgon in “Stranger Things” – di cui è da poco uscito il seguito – siamo noi nati negli anni Ottanta, e le loro paure non dicono niente se non alla nostra memoria.

Le abbiamo lette e viste in “IT”, a sua volta fresco di rifacimento; ne abbiamo condiviso ogni dettaglio in mille e mille survival horror su console e pc, pellicole al cinema e a casa; non c’è un singolo momento di quella serie tv, peraltro tecnicamente e narrativamente impeccabile, che non affondi nel citazionismo, nel metatestuale. Tutto è riferimento, e niente dice. Per dire, ha bisogno di significati già presenti in chi guarda. Non restituisce più stimoli, se non per la nostalgia. È come scorrere un album di famiglia, ma per il terrore e il sogno, il rigetto e il desiderio. Guardare emozioni, invece di viverle. Nessuna sorpresa il risultato sia la noia, l’indifferenza. È la sensazione comune, per i “soft remake”. Il Renton di Trainspotting 2 è problematico come quello di Trainspotting 1, ma non suscita affatto lo stesso interesse.

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Nel 1996 l’estetica eroinomane che incarnava era in grado di spaccare la morale dello spettatore in due: da un lato, profondo rigetto, dall’altro una insondabile attrazione. Nel 2017, invece, a spaccare il cervello è una domanda: che bisogno avevamo di sapere come se la passa un ex eroinomane, vent’anni dopo? Più Pianeti delle Scimmie; altri Independence Day, Terminator, Godzilla, Mad Max. Come nei videogiochi, è l’eterno ritorno dell’Uguale – solo, in alta definizione. È la sindrome Super Mario: si possono aggiungere dimensioni, personaggi, texture, opzioni, ma il mondo è sempre lo stesso, le sue regole e confini sempre le stesse.

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Se non fossero spietate operazioni di pigrizia intellettuale e commerciale, si potrebbe quasi dire che quello sfondo comune su cui si muove e recita l’immaginario popolare di massa delle nostre esistenze funga da collante tra vecchie e nuove generazioni. Ma sarebbe errato. È solo un modo per mantenere le prime attaccate a desideri che l’industria creativa – nel mezzo della rivoluzione che la disintermedia – sa di poter soddisfare, e insieme in una illusione di perenne fanciullezza che, secondo dati Demos & Coop pubblicati da Repubblica, porta gli italiani a credersi “giovani” fino a 52 anni. Quanto alle seconde, che lo sono davvero, è una violenza surreale, cinica imporvi fantasie di ritorno, rimasticate da milioni e milioni di palati per decenni, come le menti nuove dovessero conformarsi alle vecchie per desiderare. È un processo affine alla dominazione ideologica, che sempre si pone come priva di alternative; ma è anche un altro modo del primato della tecnica sull’arte, un concepire la cultura di massa come dipendente più dall’esattezza chirurgica, ingegneristica di astronavi mai esistite che dall’umanità, e dunque dalla curiosa inesattezza, di chi le guida.

L’immaginario popolare che oggi passa davanti ai nostri occhi con la stessa insonne stanchezza con cui i fogli passano nella fotocopiatrice del protagonista di “Fight Club” – a proposito, a quando un rifacimento su pellicola, dopo quello cartaceo? – non contempla un peso psicologico come quello subito da George Lucas mentre girava il primo “Guerre Stellari”. Le battute di attori e produzione, gli sguardi allibiti di fronte ai costumi di bizzarre creature analogiche sono parte di un repertorio sconosciuto ai pavidi registi delle moderne riedizioni e spin-off della sua idea originaria.

Oggi semmai il problema è opposto: essere abbastanza conformi all’originale da non scontentare i fan più ortodossi, i nostalgici, e insieme abbastanza difformi da non far gridare al plagio. Ma di plagio comunque si tratta: plagio di immaginazione. L’esercizio di difformità crolla sotto il peso dei riferimenti, delle citazioni, del rispetto di regole per sospendere l’incredulità dettate decenni prima, da menti coraggiose – allora – ma tutto sommato inconsapevoli del loro coraggio. E il risultato è così accademico, di maniera. I personaggi non evolvono: invecchiano come dentro a un diorama che qualcuno ha deciso improvvisamente di rovesciare per farvi piovere non la neve, ma denaro. I mondi stessi non evolvono: i mostri sconfitti ritornano, gli imperi distrutti risorgono, le epidemie debellate mietono altre vittime. Il finale di “Blade Runner 2049” mostra il cacciatore di replicanti, Deckard, incatenato, inerme: sembra la personificazione del nostro immaginario. Lui, l’eroe, è stanco, vecchio, l’ombra di se stesso – sbiadito, come i sogni che suscita. Anche noi, come lui, sopravviveremo. Sopravviveremo a ogni remake, soft o meno, di talento o grossolano, per tutti o nessuno; ma a ogni lotta avremo un po’ meno interesse all’autoconservazione e insieme al rinnovarsi del nostro immaginario, della sua giovinezza, freschezza, improbabilità, cattiveria. Del genio che viene dall’inedito connettersi di eventi, fenomeni e idee che ogni vuota riproposizione vuole sconfiggere.

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Sopravviveremo, insomma, ma saremo a ogni scontro più inquinati, meno liberi di creare e meno liberi in ciò che era già stato creato, e avevamo assimilato e fatto nostro. L’immaginario che diviene rigurgito ci toglie l’appetito per altro immaginario, è questo il problema. Non la “post-ideologia” dove tutto si equivale, ma il dominio dello stesso. Una spirale più stringente, più indifferente e insieme letale a ogni giro. Una spirale che collassa in un pensiero: se il cinema, come dice Slavok Žižek, è la perversione estrema – non darci quanto desideriamo, ma dirci come desiderare – il soft remake dell’immaginario, non pervertendo più nulla, non è cinema. Quando accadrà noi che guardiamo, se ancora guarderemo, non saremo più uomini. Chissà, replicanti.