Meriggio in blues

Another side of BD

Pastorale americana

Comprai questo libro qualche tempo fa ad un bancarella per pochi spiccioli. Aveva catturato la mia attenzione la fotografia in bianco e nero consumata dalle fiamme che campeggiava in copertina. E forse la storia è tutta li. Come distruggere il sogno di ogni padre: una famiglia felice. O forse no. Pastorale americana è una versione rivisitata e ambientata nell’America degli anni Cinquanta di Morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj. E Roth lo dichiara subito:

“La vita di Ivan Il’ic, scrive Tolstoj, (…) era stata molto semplice e molto comune, e perciò terribile . Forse. Forse nella Russia del 1886. Ma a Old Rimrock, New Jersey, nel 1995, quando tutti gli Ivan Il’ic vanno a frotte a mangiare al club dopo le buche del golf mattutino e, esultanti, si mettono a cantare: «Non potrebbe andar meglio di così», forse sono assai più vicini alla verità di quanto lo sia mai stato Lev Tolstoj. La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente in linea con i valori dell’America .”

Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano “lo svedese”. Eccelle nei tre sport totem delle cultura d’ oltreoceano: basket, baseball e football. Ciò che pare attenderlo dunque negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e di gioie familiari. Levov è l’incarnazione del desiderio degli ebrei americani (ma un po’ di tutti quelli che aspiravano al selfmadman di scolorita memoria) di essere finalmente, totalmente parte del grande show dell’America vincente, lustra, ricca e moralmente ineccepibile. Interamente americano e felice di esserlo, questo è il Seymour che appare ad un primo sguardo superficiale. Poi però compare l’imprevedibile: la sua adorata figlia Merry, una rivoluzionaria in tempi di Vietnam, e un male incurabile si incaricano di rivelare l’inganno, provocando un risveglio amaro e denso di domande alle quali è impossibile rispondere. In Roth manca, a differenza di Tolstoj, il moto di pietà che consente a Ivan Il’ic di comprendere solo in punto di morte che tutta la sua vita è stata una lunga e spietata illusione. Ivan Il’ic può gioire almeno di questa consapevolezza estrema. Seymour Levov no. Si nasconde dietro un’ipocrisia di felicità. The show must go on.

e così, in solitudine di amici,
destinata al dolore, ecco m’accosto
alla fossa dei morti, viva. E quale,
quale giustizia d’esseri divini
ho mai violato?

Antigone

On the floor

“Di fronte all’inestricabile incoerenza del mondo, Bartlebooth decise di portare fino in fondo un programma, ristretto, sì, ma intero, intatto, irriducibile. di organizzare tutta la sua vita intorno a un progetto unico la cui necessità arbitraria non avrebbe avuto uno scopo diverso da sé”.

George PerecLa vita istruzioni per l’uso

Ispiration: La vita istruzioni per l’uso

Author: George Perec

Libro consigliato da un amico. Mai consiglio fu più azzeccato. Opera monumentale, surreale, atipica, ma con una fascinazione che raramente ho trovato in altri autori. Il romanzo narra la vita dei diversi abitanti di un immobile parigino sito al numero 11 di Rue Simon-Crubellier (una via immaginaria situata nel XVII arrondissement): un caseggiato composto da 10 stanze per piano poste su dieci piani. Ma i capitoli sono novantanove e non cento. La descrizione minuziosa degli oggetti presenti in queste stanze, delle storie dei personaggi, delle divagazioni infinite, nella molteplicità dei generi, ne fanno un mosaico eterogeneo, curioso, un serbatoio inesauribile di umanità e memoria. I tasselli si compongono pian piano e la visione d’insieme si chiarisce solo alla fine. Mi ha ricordato le Metamorfosi di Ovidio per la sapienza a mescolare il ritmo di scrittura rallentandolo con i particolari senza però scadere mai. Solo che in Ovidio la tavolozza è la natura, in Perec la matematica (si veda l’Oulipo).

Mi capita spesso di pensare al libro di Perec. Soprattutto quando devo andare all’estero. Cerco sempre i palazzi, anche piuttosto vecchi, dove si sente l’eco di storie e vite che sono transitate da lì. Sarà per questo che non ho mai capito le villette monofamiliari. Ma la suggestione principale è legata al puzzle. Nel senso che gli scopi di Bartlebooth sono sistemi chiusi, autoreferenziali, che hanno un meccanica interna fine a sé stessa. Si sanno il numero dei pezzi e lo scopo è raccoglierli e ricostruirne l’immagine. Semplice. Non ci sono scelte difficili, questioni aperte, problemi di cui non si intravede la soluzione. In apparenza. Poi, come sempre, si scopre che è l’ennesima illusione. C’è sempre qualcosa che ci sfugge. Un pezzo che non è quello giusto. Un’assenza. E’ solo una stanza direte voi. E se fosse la vostra?

Vivere è percorrere il mondo…

Vivere è percorrere il mondo
attraversando ponti di fumo;
quando si è giunti dall’altra parte
che importa se i ponti precipitano.
Per arrivare in qualche luogo
bisogna trovare un passaggio,
e non fa niente se scesi dalla vettura
si scopre che questa era un miraggio.

J. R. Wilcock – da Luoghi comuni

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite. I segni della sofferenza sono confrontabili piuttosto con la perdita di un dito o della vista di un occhio. Possiamo non perderli neanche per un minuto all’anno, ma se li perdessimo non ci sarebbe niente da fare.

Francis Scott Fitzgerald

Ispiration: L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Author: Murakami Haruki

Incolore per la mancanza di personalità, gli anni di pellegrinaggio si riferiscono all’opera di Liszt. Recensire Murakami Haruki è un po’ come guardarmi allo specchio. Naturalmente questo succede spesso con i romanzi ed è una funzione tipica della letteratura quella di trasfigurare il particolare nell’universale. Però con l’autore giapponese la sintonia è immediata e profonda. I suoi di dubbi, i suoi desideri, le sue paure sono spesso i miei. E poi questa sorta di paradiso perduto che è l’adolescenza e che è alla radice anche di Norwegian Wood, crea atmosfere malinconiche molto familiari. La leggo anche in un altro modo. L’adolescenza è il periodo in cui si fanno le scelte fondamentali per la nostra vita, ma spesso, data l’età, non ce ne rendiamo conto. Tutto è vissuto con un’intensità dirompente (da qui i colori), mentre ci sono alcune persone che appaiono più mature e ai nostri occhi meno soggette a colpi di testa (da qui l’incolore Tsukuru).

A Nagoya abitano cinque ragazzi, tre maschi, e due femmine, che tra i sedici e i vent’anni vivono la più perfetta e pura delle amicizie. Almeno fino al secondo anno di università, quando uno di loro, Tazaki Tsukuru, riceve una telefonata dagli altri: non deve più cercarli. Da quel giorno, senza nessuna spiegazione, non li vedrà mai più. Il dolore è così lacerante che nel cuore del ragazzo si spalanca un abisso che solo il desiderio di morire è in grado di colmare. Dopo sei mesi trascorsi praticamente senza mangiare né uscire di casa, nelle tenebre di un’infelicità senza desideri, Tzukuru torna faticosamente alla vita ma scopre di essere cambiato. Sedici anni dopo incontra Sara che ne intuisce l’inquietudine nascosta dietro l’apparente ordinarietà e gli darà l’occasione per rispondere a quelle domande che per tutto quel tempo l’hanno ossessionato, ma che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.

Ci sono due motivi in particolare che mi avvicinano a Tsukuru: Il primo è che non è una persona cattiva, ma la mancanza di una vera personalità, il non appassionarsi a nessuna forma d’arte, il non avere hobby o abilità particolari o caratteristiche di cui andare fiero, lo fanno sentire poco più che un guscio vuoto (ne parlavo qui). ”Come recipiente, può darsi abbia una forma soddisfacente — pensa di sé Tsukuru — ma dentro non ho nulla che si possa definire un contenuto”. Per dirla con un solo aggettivo, è un uomo solitario e incolore. La seconda è la visione del cuore umano come un uccello notturno. Attende in silenzio qualcosa e, quando viene il momento, vola dritto in quella direzione. Interessante dialogo su questo punto con il suo amico Haida tra la logica e l’irrazionalità.

Rispetto a Norwegian Wood ci sono delle piccole variazioni, ma quello che io reputo fondamentale e che costituisce il ponte tra i due libri è il diverso grado di consapevolezza del protagonista. In Norwegian Wood la storia finisce con Watanabe e Reiko che commemorano l’amica comune Naoko suonando i Beatles e accendendo fiammiferi, mentre in questo libro il fatto che spesso nella vita ci sono scelte difficili e dolorose a cui non è sempre possibile attribuire un senso e che spesso non sono totalmente in nostro controllo, è accettato per poter andare avanti. Nonostante la cicatrice che ogni ferita si porta dietro. Per sempre.

Tutte le strade portano a Nashville

Ascoltare country music è, prima di tutto, un perenne ritorno a casa, nella familiarità del proprio ambiente e del proprio gusto. Suonare buona country music, invece, richiede di essere completamente immersi in quel sistema, estetico e di valori. Non è una musica per visitatori occasionali o per turisti di passaggio. È uno stile di vita. È un pattern di cerimoniali. È un festival della riconoscibilità e del riconoscimento.

Country music è, prima di tutto, adesione: bisogna conoscere le regole, e non sono poche, le sfumature, e sono infinite, i sottogeneri, le declinazioni, le cronologie, i maestri. Bisogna adottare una lingua, un’inflessione, determinati accenti, un certo modo di modulare, singhiozzare, sincopare. Solo dopo si potrà plasmare lo stile personale, una volta che le fondamenta saranno solide. E il discorso vale per tutti gli artisti del country, in quello che è l’ambiente musicale più autoreferenziale e solidale che esista.

Poi, per fare buona country music, bisogna mettersi sulla strada di Nashville. Lì vivere, mettere radici, entrare a far parte del panorama. Perché è inevitabile che una musica che fa dell’appartenenza il valore principale, abbia una patria, una residenza, anzi, nel più puro stile americano della specializzazione, abbia addirittura una città. Inventata per essere la Music City, il posto della musica. Soprattutto del country, la musica che è espressione e celebrazione dell’America e del suo orgoglio. We built this city on rock’n’roll, diceva un vecchio anthem di Grace Slick: costruire una città su un’idea. E se l’idea è la musica, va benissimo. La country music è il tessuto connettivo di Nashville, Tennessee, fino a farne un micro macrocosmo ossessivo nella sua maniacalità. La musica è il filo comune che unisce la gente di Nashville e il motivo che porta laggiù milioni di visitatori. È un destino manifesto: i pionieri che arrivano in zona alla fine del Settecento, sbarcando sulle rive del fiume Cumberland, danno vita a grandi feste da ballo all’aria aperta, attorno alle quali presto circolano leggende popolari. Del resto l’eroe locale, Davy Crockett, è un provetto violinista. E già nell’Ottocento a Nashville la musica è un business, con la fiorente industria delle edizioni musicali e la stampa di spartiti. Il primo tour mondiale di una band di cui esista documentazione è dei Fisk Jubilee Singers della Fisk University di Nashville, per raccogliere fondi destinati all’istruzione degli schiavi neri appena liberati dalla Guerra Civile. Quando la regina d’Inghilterra assiste al loro spettacolo, dichiara pubblicamente che quei bravi ragazzi vengono dalla Città della musica. Il più è fatto: anche sulle altre sponde dell’Atlantico il brand Nashville è assodato. Prima ancora che i princìpi della country music, che sarebbe divenuta la principale industria in città e uno dei motori finanziari dello show business americano, venissero codificati. Nashville era già sulla strada per diventare il centro di gravitazione scelto per dare una casa e un laboratorio permanente a quella musica che, mutuata da tante citazioni culturali preesistenti, si stava definendo come prodotto originale della nazione nascente. È la musica delle campagne, da cui tutto sarebbe partito, intrecciandosi con la musica della sopravvivenza, il blues, e con quella della preghiera, il gospel. Per dar vita al suono popolare – il pop appunto. Nashville traduce in quotidianità i bisogni americani nei confronti della musica, intesa come compagnia e conforto, strumento di piacere e di aggregazione, di riconoscimento e di rappresentazione.

Il sociologo Richard Florida ha dedicato uno dei suoi approfondimenti a Nashville e al suo ruolo nella metamorfosi della geografia musicale Usa. Il dato di concentrazione di music business in questa città, rispetto al resto d’America, è impressionante: il triplo di Los Angeles, seconda alle sue spalle. Quando si arriva a conteggiare l’incidenza dei residenti a Nashville tra i vincitori di Grammy, il dato è ancora più netto: farebbero prima a mandare, una volta all’anno, un furgone a downtown Nashville per caricare i nominati. Qui ci sono 180 studi di registrazione, 130 editori musicali, 100 live club, 80 etichette discografiche, tutte infrastrutture di una macchina che lavora a pieno regime, mentre un capillare lavoro di scouting garantisce il perenne ricambio di talenti. Ormai si va oltre i confini del country. È piuttosto una questione più generale di show business: Nashville come la versione canterina della Silicon Valley.

Seguiteci: vi portiamo a fare un veloce giro in città per visitarne i santuari e per darvi l’idea di come venga officiato il culto, in un luogo che si sveglia e va a dormire a mollo in una colonna sonora. Partiamo dal Country Music Hall of Fame and Museum, nel cuore di Music Row, l’area dove si concentra il business musicale. Da qui partono le carovane di turisti che vogliono “fare l’esperienza” del country. Poco più in là c’è il negozio di dischi di Ernest Tubb, dove il vinile è sovrano incontrastato e poi il Ryman Auditorium, che per anni è stato il tempio del country dal vivo, con l’appuntamento settimanale del Grand Ole Opry, una specie di perenne festival di Sanremo dedicato a questo suono, diffuso per radio e tv in tutto il Paese. Ma ecco il Museo di Johnny Cash, dedicato al man in black, che qui era il sindaco ad honorem. E il leggendario Studio B della Rca, dove incideva Elvis, che per magica coincidenza ha chiuso i battenti il giorno in cui il King è passato a miglior vita, nel 1977. E poi l’Honky Tonk Highway, la zona dei country bar, uno a fianco all’altro, dove si fa musica 24 ore al giorno. I più famosi sono il Legend’s Corner e il Tootsie’s Orchid Lounge, dove Patsy Clyne, Willie Nelson e Hank Williams erano di casa. E infine l’ultima novità in città: la Third Man Records del nuovo residente Jack White, già leader dei White Stripes e oggi guru delle mutazioni del rock. Un po’ negozio di dischi, un po’ studio di registrazione, un po’ live club, un po’ bottega di stravaganze: è un polo d’attrazione per i fan.

Già, ma perché un ex-ragazzo prodigio come White, un tempo emblema del rock urbano, decide di trasferirsi qui, dove tradizione e turismo vanno a braccetto? E perché non è un caso isolato, se pensate che si sono comprati casa a Nashville i Black Keys e Sheryl Crow, che Robert Plant e Kid Rock li incontri per l’aperitivo, che Dave Grohl dei Foo Fighters ambienterà in città il suo nuovo reality show musicale, che Michael Buble e i Black Eyed Peas hanno aperto i loro uffici in città? Nel frattempo è appena finita la seconda stagione la serie tv Nashville, e arriverà la terza, salutata da ottime critiche e successo d’ascolto al debutto sul network Abc, con due nomination ai Golden Globe per Connie Britton e Hayden Panettiere, le interpreti delle country star rivali su cui è incentrata la serie (le musiche della quale sono supervisionate da T-Bone Burnett e Buddy Miller e scritte da gente come Elvis Costello e Lucinda Williams). Il segreto di questa accoglienza calorosa? Aver saputo trapiantare in forma televisiva il country strong, quel sapore denso e appagante, fatto di intrecci e sentimenti, di passioni e indentificazione, che fa di questa musica un ingrediente mainstream della vita americana e che evidentemente regge anche in versione soap opera (la firma del tutto è di Callie Khouri, che scrisse la sceneggiatura di Thelma e Louise – a proposito di temi caldi della società d’Oltreoceano).

Qualcosa, evidentemente, si sta modificando anche a Nashville, spesso criticata per il suo immobilismo, per il suo «squadra che vince non si cambia», per la fissità delle tematiche della sua musica, che raramente si spinge a occuparsi di attualità e vita reale, restando sempre nei dintorni del quanto sia bello bersi una birra con la propria ragazza, al tramonto, sulle sponde del fiume. Non che non esistano eccezioni alla regola, basti pensare all’ala più cantautorale ed intellettuale del country (quella di Lyle Lovett o Iris Dement, per fare dei nomi). Ma di fatto, il gusto del cambiamento tutto concentrato nelle sfumature, l’emergere di nuovi talenti-fotocopia dei predecessori (Taylor Swift o Carrie Underwood sembrano la reincarnazione di Dolly Parton e Emmylou Harris), l’exploit semi-erotico del lancio di nuove star supertradizionali (la mania che ha appena salutato il supergruppo Pistol Annies, guidato dall’ugola prodigiosa di Miranda Lambert): sono tutti gesti d’intenzionale riproposizione di un rituale. Il country è una musica circolare, autoriflettente, la cui americanità è contemplativa e narcisistica. Sta dimostrando di poter accettare minimi slittamenti progressivi, ma è un filo continuo, che si rinnova nel celebrare la perfezione di un suono magnificamente risolto. È una mistica e Nashville è la sua chiesa. Per questa compattezza che non conosce crisi, attrae celebrità che a prima vista non avrebbero niente a che fare con lei, ma che non resistono alla tentazione di assaggiare una città interamente fatta di positività musicale, nella quale vivere nuotando armonicamente.

Non a caso, un bel giorno, anche l’uomo nato per diventare l’antidoto del country, ovvero Bob Dylan, prese l’autostrada per Nashville e ci arrivò il 14 febbraio 1966. La sua era una sfida: venire qui a fare la rivoluzione, come l’aveva iniziata sul palco di Newport. Era un braccio di ferro musicale, in cui l’uomo del presente sfidava i guardiani del passato. Incontro interessante. Anche se quello che ne uscì si chiama Blonde On Blonde. Altrimenti noto come l’album country di Bob Dylan, il primo del trittico, con John Wesley Harding e Nashville Skyline che modificò radicalmente il suo atteggiamento verso la musica country, non più vissuta in contrapposizione alla canzone di poesia politica di cui si era fatto interprete, ma come materia integrante e necessaria di un’appartenenza, umana e artistica. Mezzo secolo dopo, è in atto un nuovo tentativo di sovvertimento dell’ordine costituito. Proprio Jack White potrebbe essere l’intitolato a provocare il cambiamento a Nashville, sottraendola al destino di restare uguale a se stessa e di trasformarsi in una stantia città a tema, quanto Las Vegas lo è per l’idea americana di fun & pleasure. White è un artista che al country e all’approfondimento esoterico dei suoi canoni ci è arrivato partendo da tutt’altro alveo musicale, quello del suono metropolitano di Detroit, dove le fabbriche dismesse finivano per venire usate come rock club clandestini. Da ossessivo ricercatore e archeologo dei suoni, Jack si è poco alla volta trasformato in un alchemico farmacista del country, intento a rielaborarne la formula, a studiarne variazioni e a tentare esperimenti di fusione, trapianto e innesto. I risultati sono per ora ragguardevoli. E il loro dato essenziale si connette con quanto detto in apertura: la country music non ammette barriere anagrafiche, contrapposizioni generazionali e altre pacchianate che appartengono al mondo del rock. Qui la fratellanza e l’affiliazione sono il comandamento assoluto e il rispetto è il principio fondante. Ecco allora che l’ex White Stripes, può andare impunemente a bussare alla porta delle leggende, scomodando divinità di Nashville come Loretta Lynn o Dolly Parton per farne le cavie del suo laboratorio.

Si profilano incontri memorabili: come se Viale del tramonto andasse a braccetto con Alexander McQueen, deciso a farne il remake cinematografico. Neanche il padre del cinema postmoderno americano, Bob Altman, avrebbe osato inventare un simile sviluppo per il suo Nashville. E White si avvia a diventare la possibile reincarnazione di Johnny Cash. L’ultimo che seppe spostare violentemente in avanti la tradizione – senza allentare un singolo bullone della buona vecchia America.

Stefano Pistolini

Soltanto il tempo veramente scrive…

Soltanto il tempo veramente scrive
usando come penna il nostro corpo.
Per le strade, nei cinema o in un letto
questa calligrafia va persa
ed è atroce l’incuria
degli dei e degli uomini.
Quello che arriva sulla carta è solo
il commento residuo di un poema
perennemente disperso.
Chiosa frugale, calco di un racconto,
questo è l’indice ultimo degli indici.

Valerio Magrelli

Cantautori italiani da tutto esaurito

C’è un fenomeno che resiste alla crisi della discografia e che distrugge giorno dopo giorno la propria etichetta originaria “indie” – termine che vorrebbe indicare un insieme di forme di indipendenza dalle major e dai meccanismi dello strapotere contrattuale e poi concettuale sotteso alla produzione musicale, ritagliandosi piccoli spazi di nicchia. Si tratta dei cantautori italiani, gli unici a riuscire a raccogliere oggi, come fossero un unico grande flusso espressivo che guida la nostra musica pop, un numero sempre in aumento di fan, gli unici in questo Paese da cui ancora ci si possa aspettare un tutto esaurito. In un effetto domino che vede un nome in ascesa dopo l’altro, ciò annulla di per sé ogni premessa di indipendenza.

Il cantautorato, parola costantemente messa in crisi dalla stampa di settore e dal chiacchiericcio specializzato sul web, rappresenta nell’essenza il modo in cui tradizionalmente la musica pop in lingua italiana, a partire dagli anni Cinquanta, è entrata nell’immaginario collettivo, svettando – seconda solo ai corrispondenti anglofoni – durante la contestazione e rendendosi spontaneamente vero e proprio mezzo di comunicazione a sé, di volta in volta politico, ironico o puramente narrativo, sentimentale. Oggi del cantautorato classico – quello delle origini – sembra essere rimasto poco in termini ideologici mentre molto viene inseguito negli afflati musicali, artistici ed estetici. La canzone impegnata non esiste ormai da tempo, probabilmente sepolta definitivamente con la fine della seconda scuola romana (Fabi, Gazzè, Silvestri). Tuttavia sopravvive oggi con un significato distante da quello originario: come espressione di un individualismo che si inserisce sì nella società ma ragionando sul singolo o, semmai, su nicchie e gruppi; difficilmente fa parte di un discorso politico e, quando questo sembra apparire nei sottotesti, resta comunque lontano da visioni e perduti canti partitici.

Gruppi e autori come Iosonouncane, Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica), I Cani, tendono, in modi e qualità differenti, a rappresentare questo momento sociale dell’Italia attraverso discorsi sempre più volti a raccontare disagi, pressioni, scontri intimi dell’individuo nel proprio tempo e con i propri simili, in un modo che appare sempre meno interessato a disegnare, di questo stesso tempo, un ritratto schierato. Nell’epoca in cui i partiti perdono i loro colori d’origine o nascono predicando sulla base proprio del crollo ideologico generale, la musica, ancora una volta, sta al passo, perdendo in definitiva la propria ragione partitica, abbandonata là, nei perduti anni Settanta.

Iosonouncane canta una moderna marcia su Roma rappresentandola come una Macarena figlia dei teatrini tv, Vasco Brondi disegna uno spazio di periferia italiana, un mondo di ultimi in termini più emotivi che sociali, ultimi che ascoltano rock indipendente e aspettano un giovane amore tornare dall’Erasmus. I Cani, invece, scelgono di narrare le nevrosi sottili di una classe romana privilegiata, istruita, colta, mettendo in piedi una sorta di meta-racconto sociale dove chi scrive e chi ascolta appartiene allo stesso universo raccontato. Dall’altra parte resiste, avendo sempre e comunque la meglio, la canzone d’amore, che in nomi come Dente, Colapesce, Non voglio che Clara e Alessandro Fiori porta avanti un discorso musicale ben saldato alle radici. Il loro percorso artistico abbraccia il vintage più o meno consapevolmente, di volta in volta legandosi alle ragioni di poetica e stile di Francesco De Gregori, Lucio Battisti, Rino Gaetano, Ivan Graziani; cercano l’eterno riecheggiare di Studio Uno, di Senza Rete, di Mina alla Bussola, degli arrangiamenti di Reverberi, Morricone, Martelli ma pure del rock d’oltremanica.Il lavoro raffinatissimo di giochi di parole, enigmistica sentimentale che rifugge la rima baciata senza scappare dalle estremità necessarie del romanticismo più classico ha reso Giuseppe Peveri, Dente, un autore capace di conquistare, se non quelle più ciniche, senz’altro le penne più critiche e meno devote al genere. Dall’altra parte, il siciliano Lorenzo Urciullo, Colapesce, mette a fuoco perfettamente una canzone sentimentale completamente diversa, che guarda musicalmente all’indie americano e dipinge un immaginario amoroso più materico e più fisico.

Meno noti ma altrettanto necessari per raccontare cosa sia il cantautorato più intimista oggi ci sono l’ex Mariposa Alessandro Fiori e i bellunesi Non voglio che Clara: il primo da alcuni anni impegnato in un disegno minimale delle relazioni e delle introspezioni, i secondi avvinti a un lungo concept amoroso narrativo, diviso in tre capitoli quasi letterari e di recente tornati sulle scene con L’amore fin che dura che abbandona le storie di ieri per raccontare frammenti emotivi più eterogenei e contemporanei.

Alta fedeltà

“Non lo so. Qualcosa. Lavorare. Vedere gente. Guidare una pattuglia di giovani esploratori, o magari aprire un locale. Qualcosa di più che startene ad aspettare che la vita cambi, badando bene di lasciarti aperte tutte le strade. Continueresti a lasciarti aperte tutte le strade per il resto dei tuoi giorni, se potessi. Sarai steso sul letto di morte, crepando per qualche malattia provocata dal fumo, e penserai: Beh, almeno mi sono lasciato aperto tutte le strade. Almeno sono riuscito a non cacciarmi mai in qualcosa da cui non potessi più tirarmi fuori. Ma più credi di lasciarti aperte tutte le strade, più te le chiudi. […] Capisci di quante cose ti stai privando?”

N. Hornby – Alta fedeltà

Per per lavorare lavoro. Per carità. Ma questo libro è stato una folgorazione. Mi è piombato adosso inaspettatamente e mi ha subito conquistato. Peccato parlarne a 18 anni di distanza dalla sua uscita. Però c’è la musica e la letteratura. C’è l’accidiosa condizione del protagonista Rob, c’è l’ironia, il sarcasmo, le donne. Un bignami di tutte le cose che fondamentalmente ritengo avere un qualche valore nella vita. E c’è la paura di crescere che Hornby è bravissimo a celare all’inizio e a svelare pian piano attraverso il mutamento degli stati d’animo del protagonista. Perchè maturità non fa rima con figli o con matrimonio, ma con sicurezza di sè e delle proprie scelte. Perchè per il matrimonio siamo troppo romantici o troppo cinici. Rob dixit.

E poi naturalmente ci sono le canzoni. A vagonate.

Se c’è una strada

Spesso capita, al bar come sui giornali di concentrare l’attenzione su quello che non va, capita di lanciare invettive contro il mondo falso del calcio, del ciclismo, il mondo vuoto e scadente della televisione, sulla corruzione e l’inerzia della politica, contro il cinema italiano in decadenza, la letteratura sensazionalista, capita di leggere reportage allarmistici sui trentenni in casa, i quattordicenni in discoteca e in genere i soliti discorsi che ormai è diventato troppo facile fare. Si ripetono le stesse cose come una litania, come un rito purificatorio, come un confessione dal prete dopo l’ennesimo delitto. Sono discorsi senza forza, stanchi, fuori tempo massimo.

Quarant’anni fa Calvino ha scritto, in conclusione alle Città Invisibili che “L’inferno dei viventi non qualcosa che sarà; se ce n’e’ uno e’ quello che e’ già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo e’ rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio.” Credo che questa sia la citazione più usata e abusata  degli ultimi quarant’anni, e s’accompagna all’abusatissima citazione dantesca “considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir vertute e conoscenza”.

Entrambe sono citazioni pericolose, rischiano a loro volta di diventare una litania, un altro rito, a di cadere a sproposito, per giustificare la propria inerzia intellettuale, per esaltare il proprio piccolo pulpito. Specialmente quella dantesca spesso è abusata dai cultori della scienza, come se la smania di conoscenza servisse a giustificare il folle volo di Ulisse. Questo episodio in verità ci mette in guardia dai pericoli della sete di sapere, la nostra semenza non giustifica il superamento del limite, la nostra semenza si rivolge a Dio, sta entro il limite. Questo intendeva Dante. Ma si sa che superare il limite, ammazzare il padre, rompere con la tradizione al giorno d’oggi sono qualità. Riprendere questa questione ha senso oggi come un ritrovamento del limite, come se il novecento fosse stato un secolo troppo veloce e ora ci fosse bisogno di un rallentamento, e la possibilità di riflettere, di ricalibrare il passo.

Per quanto riguarda l’altra citazione buona per tutte le situazioni credo che si tratti, nella sua essenza, solo di un passaggio, non di un fine. Calvino ha mantenuto un impegno morale fino alla fine dei propri giorni, tanto che l’ultima sua fatica, Le lezioni americane, rimasta incompiuta, tratta proprio di questo: individuare sei valori (in ambito letterario, ma credo non solo) da portare nel nuovo millennio. Valori da salvare per non naufragare nel mare massmediatico. Questi valori non sono nostalgici, Calvino non vuole salvare l’inimitabilità di D’Annunzio, la lentezza di Pascoli e tutti quei valori contrari alla svolta tecnologica che ha caratterizzato il novecento. Calvino vuole portare la rapidità, la leggerezza, la molteplicità… perché un giusto utilizzo di queste qualità si contrappone alla loro degenerazione, ovvero alla frenesia, alla frivolezza, al caos. In questo senso si può leggere il brano delle Città Invisibili. Dare spazio a quello che non è inferno. Dare voce a quello che non è inerte, che non scivola via, quello che non si lascia trascinare.

Ma arrivati a questo punto occorre controllare le date. Calvino ha scritto le Città Invisibili nel 1972,  e le Lezioni Americane nel 1985. Quarantuno e ventotto anni fa. Che valore ha citare libri di oltre trent’anni fa? Al giorno d’oggi un computer è vecchio di un anno, una macchina di due, una generazione di cinque. Le Città Invisibili è un classico e quindi ogni volta che si legge ci dice qualcosa, ma la società in alcuni decenni è profondamente cambiata, non si può leggere lo stesso libro senza rivedere criticamente il senso di superficie. Calvino è nato nel 1923, sapeva cos’era la lentezza, se non proprio l’ha vissuta l’ha almeno assaggiata, e così con gli opposti delle altre qualità trattati nelle lezioni americane, ma noi nuove generazione le viviamo come un bagliore appena percepibile nella notte; la velocità, la rapidità, la molteplicità sono la nostra normalità, sono qualità di grado zero, non abbiamo l’esperienza del contrario. Citare le Città Invisibili come si fa oggi, stimolando a seguire, come avrebbe seguito quarant’anni fa un giovane lettore, la sua esortazione finale è anacronistico.

Può essere che in quarant’anni quel poco di non inferno non abbia ancora attecchito? Probabilmente chi legge e cita le Città Invisibili  deve credersi un salvato, un messia, per non vedere che ci sono altre migliaia di messia che girano per le strade. Se non si fa un passo oltre la solitudine dell’eroe non si esce di un millimetro dall’inferno delle cose che scivolano via, non sono i singoli che salveranno un mondo infestato da singoli. Forse sarà in caso di guardarsi attorno, di ammettere si la particolarità della propria situazione di salvati (piccola presunzione necessaria per sviluppare un senso di responsabilità), ma di non crederla unica. Basta lamentele, denuncie, insulti, e dichiarazioni superbe di purezza, sarebbe più utile pensare criticamente la propria situazione, raccogliere nuove conoscenze per confrontarsi, per scontrarsi, per creare e non per esaltarsi o distruggere.

L’isola e la miniera

Le cicatrici dell’emigrazione italiana nel mondo

Ellis Island

Dove l’oceano Atlantico si incunea nell’America, nella baia di New York, la prima immagine che appariva a chi, in nave, si avvicinava alla costa, l’immagine mitica, quella che parenti e amici descrivevano nelle lettere spedite dagli Stati Uniti agli italiani ancora in patria, era una donna di pietra che si stagliava per quasi cento metri fuori dalle onde: la Statua della libertà. Passata Lady Liberty, lo sguardo dei nostri emigranti andava inevitabilmente a posarsi su un antico arsenale militare, distante pochi minuti di navigazione, posto su un isolotto alla foce del fiume Hudson, che sfocia nella baia: Ellis Island, la porta dell’America.

Ellis Island ha costituito fino al 1954 la maggior frontiera degli Stati Uniti: si trattava di un centro di controllo per gli immigrati che a inizio secolo si riversavano in America; una tappa obbligata per i nostri connazionali, che dovevano sottoporsi ad un controllo di identità, con registrazione dei propri dati personali e della propria provenienza e ad un degradante vaglio sanitario che doveva appurare eventuali difetti fisici o mentali. La pressione migratoria che ricadeva sull’Isola delle lacrime (così veniva soprannominata Ellis Island) era tale che venivano toccate punte di diecimila persone al giorno in entrata: facile, allora, capire come fra il 1892 e il 1954 siano potuti fluire in America attraverso Ellis Island venti milioni di emigranti da ogni parte d’Europa.

L’Italia di inizio novecento viveva una profonda depressione e l’America, in quello stesso momento, aveva bisogno di nuove braccia per dar fiato alla propria nascente economia. Gli italiani arrivavano in questo centro di smistamento stremati, affamati,  spesso privi di ogni conoscenza della lingua inglese e senza denaro. E qui, più che come esseri umani, venivano trattati come animali: emblematico il marchio che veniva loro apposto sulla schiena per certificarne lo stato di salute. Per sostenere i controlli gli uomini venivano divisi dalle mogli e dai figli: il destino di intere famiglie italiane veniva deciso in alcuni giorni in questa catena di montaggio che sfornava i nuovi americani.

Sul sito www.ellisislandrecords.com quel passato che, oggi, sembra incredibile ci appartenga, arriva più facilmente fino a noi: vi si può consultare, infatti, un archivio che raccoglie tutte le registrazioni dei nostri emigranti ed è possibile ricercare i propri parenti che sono transitati su Ellis Island. Leggere  il proprio cognome su quegli elenchi rende più reale e percepibile come quell’approdo, che suscitava speranza e paura allo stesso tempo, abbia potuto segnare la vita di milioni di nostri conterranei, fino a poco più di una cinquantina di anni fa.

Marcinelle

Il gas grisou è un combustibile composto prevalentemente da metano. Il grisou è inodore e incolore. E’ tipico delle miniere di carbone, tant’è che viene chiamato anche “gas di miniera”: in combinazione con una certa percentuale d’aria diventa estremamente infiammabile ed esplosivo.

Quei 274 uomini che la mattina dell’8 agosto 1956 scesero come ogni giorno nella miniera di carbone di Bois Du Cazier a Marcinelle, in Belgio, conoscevano bene i rischi legati a quel gas. E sapevano anche che i cavi della corrente che irroravano di luce le gallerie non avevano alcuna protezione.

Quella mattina due carrelli urtarono una trave, che crollò sui fili dell’elettricità e sui tubi dell’olio e dell’aria compressa. L’incendio che si sviluppò raggiunse in pochi minuti ogni angolo di quei condotti dove, per qualche soldo, nostri connazionali estraevano carbone per dare un qualche sostentamento alle proprie famiglie emigrate in Belgio. E, magari, mandare il poco denaro che avanzava a chi era rimasto in Italia. Quel mercoledì di inizio agosto furono 262 i morti, di cui 136 italiani.

Il disastro di Marcinelle era annunciato, prevedibile ed evitabile. Quei cavi lasciati esposti per risparmiare sui costi della sicurezza urlavano il pericolo; così come quelle porte frangifiamme fatte di legno segnalavano che, in caso di incendio, la protezione per i minatori sarebbe stata effimera. Quelle condizioni di lavoro bestiali lasciavano presagire il disastro: i “musi neri”, così erano chiamati in Belgio gli immigrati italiani che lavoravano in miniera, erano costretti a strisciare in condotti alti anche solo cinquanta centimetri. E quelle baracche in cui vivevano gli italiani, costruite vicino agli scarti di carbone, fuori dalle città (perché i belgi non si accorgessero della loro presenza), suggerivano, indirettamente, l’imminenza della tragedia.

Quando la vita umana perde la priorità su ogni altra considerazione la catastrofe arriva inevitabile. E in Belgio, in quegli anni, la vita di un immigrato italiano possedeva un valore estremamente scarso: dal 1946 al 1963, infatti, morirono nelle miniere belghe 867 italiani. Non solo Marcinelle, quindi, ma tante altre tragedie dimenticate. Episodi drammatici legati all’essenza stessa dell’essere immigrato: privo di ogni diritto, se non quello ad una esigua retribuzione. Considerato solo in quanto muscoli e polmoni utili alle più faticose mansioni. Indotto e disposto ad accettare occupazioni, come quella del minatore, scartate già allora dai lavoratori locali.

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Se a separare geograficamente Ellis Island da Marcinelle si frappongono seimila chilometri, i due luoghi sono, in realtà, segni incisi con la stessa lama sulla pelle del nostro Paese.

L’italianità, oggi, è generalmente considerata nel mondo quasi un fatto di stile, un fregio, un vanto: l’essere italiano, si può dire, va di moda: italiano is cool. Parlano per noi non solo i nostri prodotti di punta (cibo, abbigliamento, automobili) e non solo le bellezze naturali e il più grande patrimonio artistico-museale del mondo, che attira turisti da ogni angolo della Terra. Ma è la nostra immagine, peraltro pesantemente stereotipata, di un popolo allegro, estroso, simpatico e  innocuo (abusata è l’espressione “italiani: brava gente”) ad essere esportata ed accettata diffusamente. E, anche se certi pregiudizi e generalizzazioni tardano a scomparire del tutto dall’ottica in cui certi osservatori stranieri guardano al nostro Paese, si può affermare che l’essere italiano è un quid pluris invidiato, a torto o a ragione, dai più.

Ma gli italiani che restavano in fila un giorno intero ad Ellis Island o quelli che, col viso nero di carbone, respiravano a fatica nelle gallerie di Marcinelle conoscevano una realtà ben diversa da quella odierna. E i nostri emigrati si sentivano chiamare maccaronì in Francia e spaghettifresser in Germania (mangiatori di spaghetti, dove il verbo fressen, in tedesco, è riferito allo sfamarsi degli animali e non a quello degli uomini).

L’opportunità di rammentare che, in un tempo non così lontano, eravamo noi gli immigrati viene suggerita spesso, però, in modo pretestuoso. Si tende, infatti, nel dibattito sull’attualità del nostro Paese, a voler sottolineare il nostro passato da emigranti quasi per relativizzare e svalutare le problematiche che oggi l’immigrazione genera in Italia. Si potrebbe dire quasi per “scusarle”. Ma sarebbe ingeneroso e miope strumentalizzare Ellis Island e Marcinelle, con ciò che rappresentano, per sminuire la necessità del rispetto della legalità o per far dimenticare alcuni effetti drammatici che l’immigrazione, segnatamente quella clandestina, produce oggi nel nostro Paese.

Quell’isola e quella miniera costituiscono, invece, due cicatrici ancora dolorose che ogni italiano, di fronte ad uno straniero che cerca sinceramente accoglienza, dovrebbe tornare ogni volta a sentire sul proprio corpo. Due estremi presìdi contro le degradazioni che rischia di subire, e spesso subisce, ancor oggi, la dignità umana di chi si trova nella condizione di immigrato.