Dylaniati

di Marco Rossari

Com’è che la gente quando parla di me va fuori di testa?», sbottava Bob Dylan in un’intervista. Certo, sebbene una volta lui e la prima moglie si siano svegliati con un uomo ai piedi del letto che li fissava incantato, gli manca un Mark Chapman. Ma non esiste personaggio della cultura rock che abbia attirato folle di sbiellati e visionari quanto l’autore di Like a Rolling Stone.

I dylaniati – ossia, gli schiantati di un culto dilaniante – trasformano psicolabili come gli springsteeniani e gli onedirectioners in imperturbabili savi. Ogni suo fan tende a essere come quello che gli disse: «Io so tutto di te, ma tu non sai niente di me». Per una volta, la risposta di Dylan non fu sibillina: «Lasciamo le cose così». Ora un libro del giornalista David Kinney (The Dylanologists, Simon&Schuster) ne ripercorre le tipologie, tracciando in filigrana una storia della sua vita e della cultura americana. Che cos’è Dylan? Un buco nero, un’anamorfosi vivente, un enigma insolubile? Ecco un catalogo ragionato della patologie che scatena.

RELIQUIARI
Cimeli? Reliquie, vorrai dire. Per il dylaniato, ogni superficie sfiorata dal guru è oro. Donne che si dannano per avere venduto i suoi schettini senza pensarci. Gente che si accaparra la sedia a dondolo della nonna. Un individuo ha affittato una casa dove stipare le tonnellate di volantini identici collezionati con il passare degli anni (un’attività per la quale ha mollato il lavoro). Gli ignari sventurati che hanno comprato la casa di Hibbing dove ha passato la giovinezza ormai sono abituati alle frotte di personaggi che gironzolano intorno, strappando un ramo come ricordo. Un ramo, capite? Ma forse nessuno può eguagliare il dylaniato che, nonostante il quartiere fosse nel più totale degrado, ha acquistato la casa natale di Duluth. Attenzione: non per farci un museo. Eh, no: per se stesso.

ESEGETI ESAGITATI
Se esiste un Talmud per una faccenda tutto sommato semplice come la Torah, vuoi che i testi esoterici di Bob Dylan non abbiano partorito una miriade di interpretazioni difformi? Simposi intorno al rapporto tra Dylan e la Legge, meet-up sui tanti riferimenti biblici, interminabili topic su quale sia il poeta italiano del tredicesimo secolo cui accenna in Tangled Up in Blue (la canzone che vanta un quantitativo di variazioni tali da fare impallidire gli studi shakespeariani). C’è qualcuno convinto che Blowin’ in the Wind sia un inno razzista e non è stato ancora internato. Resta una gara senza vincitori, perché molto spesso si ha la sensazione che nemmeno lui – come ogni grande profeta – sapesse esattamente cosa voleva dire.

MANIACI DEL VINILE
I vinili ufficiali? Per carità. Il vero dylaniato sa che ogni incarnazione discografica non è altro che una tappa fantasma della Vera Opera, che consiste piuttosto in ogni nota strimpellata dal Nostro, dal primo pianoforte in età puberale a poche ora fa mentre accordava la chitarra sul gabinetto. L’isteria nasce con il celebre bootleg delle sessioni con la Band, quando si ritira dalle scene. Da lì, il delirio. Quando inizia la serie dei bootleg ufficiali, i dylaniati non si fanno prendere alla sprovvista. Escono 3 volumi? Loro ne fanno girare una versione di 12. «Ho Dylan che gorgheggia, rubato di nascosto con un registratore nella giacca: quanto offri? Sembra lo spolmonamento di un malato terminale? Ok, ma non faceva One More Cup of Coffee da anni».

MISTICI E ILLUMINATI
Il piglio profetico, le citazioni bibliche, la sbornia cristiana cominciata con Slow Train Coming: questo e molto altro hanno contribuito a creare intorno a Dylan un’aura misticheggiante, alimentata come sempre da lui stesso. Un giorno un fan gli lancia sul palco un piccolo crocifisso, lui se lo mette al collo e ce lo tiene per anni. Nel 2004, intervistato da 60 minutes rivela di avere fatto una specie di baratto con quello che chiama il «comandante in capo». «In questo mondo?», gli chiede un incredulo Ed Bradley. «In questo e nel mondo che non possiamo vedere». Poi hai voglia a lamentarti dei fan nelle prime file che lo ascoltano come se fosse il Verbo: «E allora mi ha guardato dal palco ed è stata un’illuminazione». In realtà è miope e al resto ha pensato un tecnico delle luci chiamato “depressione”.

BOB DYLAN STESSO
Qualche tempo fa in New Jersey una coppia, insospettita da un balordo zuppo di pioggia piantato sotto la loro casa, ha chiamato la polizia. Il vagabondo non aveva documenti e ha detto all’agente di essere Bob Dylan. «Come no, e io sono Babbo Natale». L’equivoco s’è risolto in fretta. Toh, era proprio lui e stava cercando la casa natale di Bruce Springsteen. Stessa cosa è successo all’inquilino del posto dove è cresciuto Neil Young. A Liverpool lo stranito cicerone della casa-museo dov’è nato John Lennon ha scoperto che in coda c’era… E chi se no? Pare che durante la visita abbia esclamato: «Ehi, la sua cameretta era similissima alla mia!». Stalker dei propri miti, importunatore del mistero che l’ha ammaliato, a pensarci bene Dylan è il primo dylaniato di se stesso.

M.R.
L’esaustiva disamina di Kinney ha una grave lacuna: M.R. Già negli Anni 90, avendo sentito che Dylan si aggirava in incognito davanti ai palazzetti e spesso domandava il prezzo delle magliette in vendita ai chioschi, costui importunò diversi uomini incappucciati. Una volta riuscì a intrufolarsi a fine concerto dietro il palco: «E Lui?». La risposta, di impagabile romanticismo, fu: «Naaa, già in viaggio verso Marsiglia». Qualche mese fa è stato notato dietro gli Arcimboldi, per farsi autografare una copia originale di Freewheelin’. Si è avvicinato a quelli della security, forte degli occhialini da sfigato, chiedendo se Bob Dylan sarebbe entrato da quella parte. Al buttafuori infastidito M.R. ha spiegato: «Ma io scrivo e traduco libri, collaboro con IL: non sono come loro».

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Percepire la musica in tutti i sensi

Ogni dottrina estetica per raggiungere la propria realizzazione ha bisogno di un suo sistema di espressione e dunque di una tecnica propria, poiché non si può concepire in arte una tecnica che non derivi da salde basi estetiche, una tecnica campata in aria, insomma. Ciò è tanto meno accettabile quando si tratta di un gruppo, di una scuola. Non posso dunque rimproverare ai miei maestri di essersi mantenuti aderenti alla loro estetica: non potevano fare altrimenti. […]

Sarebbe veramente ora di finirla una volta per tutte con questa concezione inetta e sacrilega dell’arte come religione e del teatro come tempio. L’assurdità di questa miserabile estetica può essere facilmente dimostrata con il seguente ragionamento: non si può immaginare un fedele che assuma un atteggiamento critico nei confronti dell’ufficio divino. Si verificherebbe una contraddizione in termini, il fedele cesserebbe di essere un credente. L’atteggiamento dello spettatore è esattamente l’opposto: esso non è obbligato né dalla fede né dalla cieca sottomissione. Allo spettacolo o si ammira o si disapprova. Non lo si accetta che dopo averlo giudicato, anche inconsciamente. Il senso critico ha dunque nei confronti dello spettacolo un ruolo essenziale. Confondere questi due ordini di idee è dar prova di una mancanza assoluta di discernimento e di innegabile cattivo gusto.

Ma perché sorprendersi di tale confusione in un’epoca in cui il laicismo trionfante, degradando i valori spirituali  e avvilendo il pensiero umano ci porta fatalmente verso un completo abbruttimento? Sembra però che ci si renda conto del mostro che l’umanità sta partorendo, si constata con dispetto che l’uomo non saprebbe sopravvivere senza un culto. Allora ci si sforza di raffazzonare qualche spingarda del vecchio arsenale rivoluzionario e con essa si crede di poter fare concorrenza alla chiesa!

Ho avuto sempre orrore del metodo di ascoltare la musica con gli occhi chiusi, senza la partecipazione della vista. La percezione del gesto e del movimento delle diverse parti del corpo che la producono è una necessità essenziale per afferrarla in tutta la sua ampiezza. […] In verità coloro che pretendono di non gioire pienamente della musica che con gli occhi chiusi non la sentono affatto meglio che con gli occhi aperti, ma l’assenza di distrazioni visive dà loro la possibilità  di abbandonarsi a delle fantasie cullate dai suoni ed è ciò che essi amano più della musica stessa.

Igor Stravinskij

Elegia

  • Degli anni folli la spenta allegrezza
  • Mi pesa come torpore dopo l’ebbrezza.
  • Ma come un vino – quanto più invecchia ha più forza
  • Nell’anima il rimpianto dell’età trascorsa.
  • E’ triste il mio sentiero. Predice fatica e dolore
  • Il mio futuro, mare in furore.
  • E so che per me altri piaceri verranno
  • Insieme a sofferenze, angoscia e affanno:
  • Ancora a volte mi ubriacherò di armonia,
  • Mi scioglierò in lacrime per una fantasia,
  • E forse – al mio tramonto sconsolato
  • Brillerà un amore col sorriso del commiato.
  • Alexander Puškin

Requiem

Libretto comprato ad un mercato di libri usati per euro 1. Dopo averlo letto ho sorriso, penso che un libro così poteva essere comprato solo ad un mercato del genere.

Un vagabondaggio, un’allucinazione, un commiato dell’autore dal suo mentore (Pessoa) sul palcoscenico di una città (Lisbona) popolata di personaggi alquanto bizzarri, ma pieni di umanità e malinconia. Un viaggio metafisico tra i fantasmi della sua vita, tra piatti della tradizione culinaria portoghese, tra dialoghi strampalati su letteratura, filosofia e meditazioni sulla vita.

Un requiem alquanto insolito, come dichiara lo stesso autore:

Questo Requiem, oltre che una sonata, è anche un sogno, nel corso del quale il mio personaggio si trova ad incontrare vivi e morti sullo stesso piano: persone, cose e luoghi che avevano bisogno forse di un’orazione, un’orazione che il mio personaggio ha saputo fare solo a modo suo: attraverso un romanzo. Ma, prima di tutto, questo è un omaggio ad un paese che io ho adottato e che mi ha adottato a sua volta, ad una gente cui sono piaciuto e che, a sua volta, è piaciuta a me.

Se qualcuno osservasse che questo Requiem non è stato eseguito con la solennità che a  un Requiem si deve, non potrei che essere d’accordo. La verità è tuttavia che ho preferito suonare la mia musica non con un organo, che è uno strumento proprio delle cattedrali, ma con un armonica, che si può tenere in tasca, o con un organetto, che si può portare per strada.

Se qualcuno volesse suonare il personale Requiem della propria vita questo è il libro adatto. Da accompagnare ad un buon bicchiere di vino, ad un piatto a cui si è particolarmente legati dall’infanzia, della buona musica e ad una buona fumata.

Una nebbia in cui perdersi per ritrovarsi, una notte di luna piena per riflettere e dialogare con i propri ricordi, un antidoto contro la frenesia efficientista di oggi. Affascinante.

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

M. Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere

La recensione di questo libro ci ha messo un po’ a maturarmi dentro, come se dovesse macerare sul fondo del mio stomaco. Ne ho cercate diverse in rete, ma nessuna mi ha soddisfatto. Forse perché recensire questo libro è un po’ tradirlo. Farne un riassunto è come amputarlo, scegliere alcune parti a discapito di altre ugualmente meritevoli difficile (le mie preferite sicuramente La bombetta di Sabina e la sua idea di  tradimento).

Non è il primo libro che leggo di Kundera, ne avevo già letto “Il libro del riso e dell’oblio” che mi era piaciuto molto, ma questo indubbiamente è superiore. Se volete una recensione classica vi mando a quella di Mara, molto dettagliata e esaustiva. Per quel che mi riguarda volevo sottolinearne alcuni aspetti che mi hanno particolarmente colpito.

Il primo è il lirismo. E un libro lirico di tal fatta poteva nascere dove la vita privata era umiliata dal regime totalitario post Primavera di Praga. Gli amori e le storie di Tomas, Tereza, Sabina e Franz hanno un indiscutibile anelito di libertà dalle costrizioni e dalla violenze, ma questa libertà è indissolubilmente legata alle loro vite, all’amore, alla morte, al piacere, alla vita.

La seconda è la costruzione del romanzo su delle coppie agli antipodi: leggerezza e pesantezza, pubblico e privato, fedeltà e tradimento, anima e corpo. Ma quello che sfugge è la profonda incomunicabilità di questi poli, tra l’altro ben argomentata nel capitolo “le parole fraintese”. Ci sono solo dei piccoli momenti della vita in cui questo accade (qui mi ritorna caro il concetto di fiammiferi di Virginia Woolf), in cui leggero e pesante si incontrano per un istante. Momenti per cui vale tutto, anche se questo tutto è niente.

Poi il Kitsch. Qui torna forte il lirico, Kitsch è tutto quello che non è lirico, che non è individuo e biografia (quindi retorico, politico, estetico). Una volta era il comunismo praghese e l’Unione Sovietica, oggi è lo spettacolo (qui l’argomento si farebbe troppo lungo). Non a caso ho scelto una bellissima canzone di Michael Jackson che come Sabina non aveva la pesantezza, ma era leggero come un uccello. La sua vita era solo l’arte, la maschera, non c’era altro. Solo che l’altro non serviva. Non è una mancanza, sono completi cosi. Così come lo sono Beethoven e la pesantezza. Sono le intersezioni che contano, non gli insiemi. Leggeri o pesanti che siano.

Ora basta sennò inizio a piangere.

L’amante

La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza muscoli, come dopo una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non quella del sesso, è debole, disarmato, sofferente. Lei non lo guarda in viso. Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle liscia del sesso, il corpo dorato, lo sconosciuta novità. Lui geme, piange. È innamorato in modo abominevole. Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto, trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato ad esso. Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.


Ricordo confusamente i giorni. La luce del sole sbiadiva i colori, ci opprimeva. Mi ricordo le notti. L’azzurro arrivava oltre il cielo, avvolgeva ogni volume, copriva il fondo del mondo. Per me il cielo era quella scia di puro bagliore che attraversava l’azzurro, quella fusione fredda oltre ogni colore. Qualche volta, a Vinhlong, mia madre quando era triste faceva attaccare il tilbury e si andava per la campagna a vedere la notte della stagione asciutta. Ho avuto la fortuna di avere una simile madre, per quelle notti. La luce cadeva dal cielo a cateratte di pura trasparenza, in trombe di silenzio e di immobilità. L’aria era azzurra, si toccava con la mano. Azzurra. Il cielo una continua palpitazione di bagliori di luce. Ogni notte era particolare, ciascuna, finché durava, aveva un nome con cui poteva essere chiamata.

Appena ho chiuso questo libro il cuore ha cominciato a battermi più forte. Per alcuni secondi, forse una decina di battiti in tutto. Poi silenzio.

Il silenzio che permea l’amore di Marguerite con un giovane miliardario cinese nell’Indocina degli anni trenta. In tutto il romanzo si scambiano poche parole in tutto. I loro incontri vivono di gesti: violenti, indecenti, premurosi, muti. Figli di un amore inesprimibile per distanza sociale, privo di futuro, relegato in una garçonnière ai bordi della notte. Eppure indimenticabile e indimenticato.

Scrittura spoglia, quasi cinematografica (la Duras scrisse la sceneggiatura di Hiroshima Mon Amour, se non sbaglio), eppure molto intensa, fatta di tanti frammenti accostati uno all’altro come piccole fotografie. Della madre, dell’amante, della miseria della sua famiglia.

Un libro che procede a fiammate (qui sopra citate due stupende). Controverso. Un amore che dura lo spazio di un respiro, ma questo respiro diventa il ritmo che muove la loro vita. Essenziale e struggente. Come un battito accelerato.

L’impazienza

Sulle virtù della speranza si è scritto molto e ancor di più parlato. Così come è accaduto e continuerà ad accedere con le utopie, la speranza è stata sempre, nel corso del tempo, una specie di paradiso sognato dagli scettici. Fervidi credenti, di quelli da messa e comunione, di quelli convinti di avere sulle loro teste la mano compassionevole di Dio a proteggerli dalla pioggia e dal caldo, non dimenticano di pregarlo perché conceda loro in questa vita almeno una piccola parte di quella beatitudine che ha promesso nell’altra.

Per questo, chi non è soddisfatto di ciò che gli è toccato nella diseguale distribuzione dei beni del pianeta, soprattutto materiali, si attacca alla speranza che il diavolo non starà sempre dietro la porta e che la ricchezza gli entrerà un giorno, più presto che tardi, dalla finestra. Chi ha perso tutto, ma ha avuto almeno la fortuna di conservare la triste vita, ritiene che gli spetti l’umanissimo diritto di sperare che il giorno di domani non sia così disgraziato come quello di oggi. Supponendo, è chiaro, che vi sia giustizia in questo mondo.

Ora, se in questi luoghi e di questi tempi esistesse qualcosa che meritasse tal nome, non il solito miraggio con cui si illudono gli occhi e la mente, ma una realtà che si potesse toccare con mano, è evidente che non avremmo quotidianamente bisogno di cullare tra le braccia la speranza, o farci cullare da lei. La semplice giustizia si incaricherebbe di rimettere ogni cosa al posto giusto. Un tempo, al mendicante cui si era appena negata l’elemosina, si raccomandava ipocritamente di avere pazienza. Credo che, nella pratica, consigliare a qualcuno di avere speranza non è poi cosi diverso dal consigliargli di avere pazienza. […]

Ovviamente, non ho nulla di personale contro la speranza, ma preferisco l’impazienza. È ormai tempo che essa si noti nel mondo perché qualcosa apprendano coloro che preferiscono che ci nutriamo di speranze. O di utopie.

J. SaramagoIl quaderno

I would prefer not to

Ispiration: Bartleby lo scrivano

Author: Herman Melville

Lessi questo libro qualche mese fa. Bartleby è un impiegato presso un ufficio di Wall Street e ben presto il muro implicito nel nome della strada diventa la metafora di un’esistenza senza sbocchi. Libro costruito su toni pallidi, non altisonanti, e su una routine silenziosa e sempre uguale a se stessa. Per questo mi aveva incuriosito. Ma non basta: a tratti sfiora la noia senza riuscire a trasmettere quella tragicità dell’esistenza insita in ogni disperazione. Inflessibile agli ordini del padrone Bartleby finisce la sua esistenza all’ufficio postale, nella sezione “lettere smarrite”.

Alla fine dei miei studi, appena affacciatomi sul mondo del lavoro (si parla di una quindicina di anni fa) mio padre, allora impiegato presso una banca popolare, mi domandò se mi sarebbe piaciuto subentrare a lui (ai tempi il lavoro in banca si tramandava di padre in figlio, ora per fortuna questi retaggi feudali non ci sono più). Io, spaventato da tutte quelle scartoffie e da una monotonia che mi sembrava eterna, risposi “Preferirei di no”. Poi intrapresi la carriera universitaria e scegli un’altra strada. Non ho mai amato il posto fisso senza prospettive, né l’ostentazione della middle class. Mi diedero del comunista, ma non lo sono mai stato (etichetta affibbiata a chi non si allineava al pensiero comune). Mi diedero dello snob, ma io odio gli snob. Ora mi danno dell’hipster, termine il cui significato è perlomeno ambiguo. Cambiano i termini, non la mentalità da incasellatori. Ma io vado avanti, perché “Non ci sono altari su questa lunga e solitaria strada”.

Resistenze

Il giornalismo musicale italiano tutti voi l’avete incontrato almeno una volta nella vita. Sui giornali “che contano” lo trovate in genere prima dello sport, relegato a una specie di riserva a margine delle pagine di cultura & spettacoli. Secondo Wikipedia (esiste addirittura la voce, vi giuro che non ci speravo), “il giornalismo musicale è una branca del giornalismo specializzata nella produzione di interviste, articoli e reportage in ambito musicale”. La definizione, per quanto ragionevole, resta ambigua: di quale musica stiamo parlando? I giornalisti che si occupano di, chessò, musica classica, difficilmente li vedrete disquisire di jazz. Al tempo stesso, nonostante il jazz sia una popular music a tutti gli effetti, esiste anche una distinzione tra jazzofili e specializzati nelle mille declinazioni di pop e rock. Questi ultimi poi sono immancabilmente i più disgraziati: la loro reputazione è nulla, la materia di cui trattano è infima, e in ambito giornalistico stanno giusto un gradino sopra quelli che trafficano con oroscopo & meteo, ma insindacabilmente sotto ai cronisti di sport. Ulteriore beffa, al contrario dei colleghi che pure discettano di Verdi, Hindemith o persino Coltrane, non godono nemmeno dello status di giornalisti culturali: l’ambito che si sono scelti è semmai un allegro coacervo di sensazionalismo semiadolescenziale, gossip e marchette sparse, più o meno alla stessa maniera di quelli che si occupano di cinema, ma con molto meno prestigio.

Eppure sono proprio loro, i critici rock, quelli che nell’immaginario collettivo hanno finito per incarnare il concetto di giornalismo musicale tout-court . Lo dice pure Wikipedia: “il giornalismo musicale ha una tradizione ormai decennale, portata avanti da riviste quali Rolling Stone, Urb, New Musical Expresse The Source”. Tutte testate nate e sviluppatesi nell’alveo della cultura rock (Rolling Stone), pop (NME) e urban (Urb e The Source) e tutte di stretta derivazione angloamericana. Riviste specializzate ne esistono ovviamente anche in Italia, e occupano uno spettro abbastanza ampio di impostazioni si direbbe filosofiche: per restare alle principali, si va dalle più generaliste XL e Rolling Stone edizione italiana, a testate di nicchia come Il Mucchio , Rumore e Blow Up – un panorama abbastanza variegato per una materia perennemente considerata residuale.

I maggiori quotidiani nazionali si affidano a loro volta a firme che nel corso degli anni si sono conquistate un certo credito: l’esempio più noto resta la coppia Assante & Castaldo di Repubblica, che sempre in tandem ha firmato una lunga fila di speciali, guide, e vere e proprie enciclopedie di cui resta esempio il volume Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano, pubblicato nel 2004 da Einaudi. Al tempo stesso, negli ultimi anni i lettori italiani si sono visti recapitare in libreria una serie di importanti contributi alla critica “rock e dintorni”, tutti firmati da nomi del giornalismo musicale inglese e americano, e tutti di grandissimo peso. ISBN, oltre al Simon Reynolds di Post-Punk e dell’assai dibattuto Retromania , ha rischiato col bel Parole e Musica di Paul Morley e si è spinto fino a titoli come La guida alla musica moderna di Wire. Arcana, da sempre specialista nel settore, ci ha regalato tra gli altri il Julian Cope di Japrocksampler, gli scritti di Nick Kent, il Michael Azerrad di American Indie, e lo stesso Reynolds di Energy Flash. Minimum Fax già anni fa tradusse le antologie di Lester Bangs. E la lista potrebbe continuare.

Alcuni di questi titoli furono già tradotti in italiano tempo addietro, ma vengono ora riproposti come se il pubblico nostrano avesse finalmente scoperto che accidenti, c’è un mondo lì fuori, ed è il mondo del giornalismo musicale critico, che è un genere letterario vero e proprio o meglio ancora una branca – degnissima e assai seria – di quelli che Oltremanica chiamerebbero cultural studies. Il che ha suscitato l’inevitabile interrogativo: e gli autori italiani? Possiamo considerare i vari “Blues, Jazz, Rock, Pop” alla stessa stregua dei classici firmati Reynolds, Morley e Bangs? Non c’è, come dire, una lieve differenza? Perché il nostro Paese non riesce a prodursi non dico in tomi destinati alle bibliografie delle tesi di laurea, ma almeno in una lettura dell’oggetto pop music emancipata dall’aneddotica pseudo mitologica o peggio ancora dal sentito dire?

Ripartiamo dal giornalismo di settore: a confrontare la realtà italiana con quella statunitense e inglese, l’esito è evidentemente impetuoso – e parlo non di riviste specializzate, ma di giornali mainstream come il New York Times e il Guardian, attentissimi sia ai grandi nomi che ai più sotterranei circuiti indipendenti; ma anche le pagine musicali dei vari Le Monde, Süddeutsche Zeitung e El País, dimostrano un’attenzione e un tasso di approfondimento inimmaginabile per i nostrani Repubblica e Corriere . È pure questione di scelta, diciamo di nomi: in Italia tanto più in là di Springsteen non si va, e il massimo concesso possono essere, toh, i Radiohead; altrove, sembrano aver se non altro compreso che la musica popular nel 2012 non può essere più riducibile alla vetusta epica del grande rock, e che semmai a tenerla in vita è un intricato complesso di nicchie, grammatiche, pubblici diversi e in qualche caso antitetici, e movimenti semiclandestini che poi possono anche esplodere nel mainstream.

A pensarci bene, è più di un trentennio – diciamo dai tempi della disco e del punk – che i linguaggi che hanno segnato le sorti della musica pop hanno dismesso i tipici topoi rockisti dei grandi raduni all’aperto, del rito identitario di massa, di risposte blaterate nel vento, e poi poeti maledetti, androgini yé-yé , tossici tormentati, il “rude suono di una chitarra elettrica”, il “battito incessante della batteria ” e il “basso che pulsa negli intestini”: quella semmai è roba alla Tenacious D. Che giustamente è un film comico. Arrivati al 2012, quasi nessuno può sostenere che, non so, l’espressione più significativa della pop music anni 80 sia stata…. boh, facciamo il pur rispettabilissimo rocker John Mellencamp, e non i prodromi dell’alternative/indie, la nascita di house e techno, l’esplosione hip hop, e così via. O che per venire all’Italia di oggi non ci sia vita oltre al cantautorato engagé? Per la miseria, gli italianissimi Mamuthones sono finiti pure sul Times. Solo che ecco, il Times è inglese.

Nella stampa italiana generalista, la scelta dei nomi è il riflesso di tante cose assieme: c’è un vizio a monte, diciamo un difetto di curiosità che si traduce in un ritardo cronico tale per cui a determinati fenomeni, anche i più macroscopici, ci si arriva anni se non decenni dopo. Ancora oggi, musiche dal seguito enorme come l’elettronica e l’indie rock restano patrimonio semiesclusivo delle testate specializzate, e sui  quotidiani fanno capolino solo saltuariamente e in maniera quasi sempre maldestra, con tanto di nomi storpiati e generi inventati. Ma anche questa scarsa curiosità, più che di disattenzione, è frutto di una lettura non so dire se più manichea, nostalgica, idealizzante o semplicemente conservatrice. Secondo questa lettura, esiste una creatura che si chiama ROCK dai codici inamovibili e dai riti identitari eterni, semileggendari, più o meno plasmati su un’immagine da cartolina datata all’incirca 1969-70, e tutto quello che da questa cartolina esula non è che non merita attenzione: è che proprio risulta incomprensibile. […]

Valerio Mattioli

Ritagli

Qui tuttavia non si pretende che un uomo triste sia in grado di rendere inconsistente la propria tristezza mediante una fototessera di se stesso; difatti la vera tristezza è già di per sé inconsistente, quanto meno la mia e anche quella di Klepp non si lasciavano ricondurre a un bel nulla e proprio con la loro inconsistenza quasi libera e gioconda dimostravano una forza che nulla era in grado di affliggere.

L’unica possibilità di flirtare con la nostra tristezza ci si offriva tramite delle foto, poiché su quelle istantanee realizzate in serie trovavamo noi stessi, se non palpabili, almeno, cosa più importante, passivi e neutralizzati. Potevamo trattarci a nostro piacimento e intanto bere birra, infierire sul sanguinaccio, produrre atmosfera e giocare.

Accartocciavamo , ripiegavamo le immaginette, le tagliuzzavamo con forbici che ci portavamo sempre appresso a questo scopo. Componevamo insieme ritratti vecchie e nuovi, facevamo di noi dei monocoli, dei triocoli, ci dotavamo di orecchie mediante nasi, parlavamo e tacevamo con l’orecchio destro e facevamo fronte al mento. Questi montaggi non venivano inflitti da ognuno solo alla propria immagine; Klepp si faceva prestare dei dettagli da me, io gli estorcevo qualcosa di caratteristico: così riuscivamo a produrre delle creature nuove e, come speravamo, più felici.

G. Grass Il tamburo di latta

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