Meriggio in blues

Another side of BD

Categoria: Intemperanze

Possiamo fidarci delle storie?

E così l’odio è diventato mainstream. A sinistra, la formula descrittiva è sempre la stessa: “I populisti e i razzisti hanno saputo intercettare il disagio e le paure del ceto medio impoverito”. Nella sua laconicità, sembra quasi offrire il fianco al nemico. Che ci sia stata una crisi nel continente è ovvio; ma che non sia paragonabile in nessun modo a quella da cui fuggono gli oggetti di questo odio radicale, lo è altrettanto.

Eppure, la situazione dieci anni fa era tanto diversa?

Continua qui 

Annunci

Superficialità

di Riccardo Cameranesi

Nel quadro della religione del disincanto, dello scetticismo ridotto a moda e del cinismo fattosi prerequisito per l’inclusione nella società dei consumatori, ogni asserzione è accettabile se non crede in sé e si nega continuamente. I gusti stessi sono assunti in modo ironico, resi caricatura ed esagerazione, fino all’adorazione del trash puro, secondo il solito meccanismo di disidentificazione.

Si ride dei tormentoni musicali perché sono orribili e perché la qualità scende tanto da scavallare nell’attraente, perché il non senso viene caricato del senso di non avere senso, ma intanto si va a ballare su quelle musiche e ci si fotografa con chi le canta. Nel trash musicale, dai rapper stonati di periferia alle hit estive prodotto dell’industria musicale globale, si manifesta l’ideologia cinica e ironica che deride e si distanzia mentre organizza il concerto e va sotto al palco, che storce il naso mentre ripete i testi a memoria, che fa l’occhiolino e sorride mentre alza il volume della radio. Sanno di cosa si tratta, eppure continuano a farlo. Sanno che si tratta di canzoni orribili o prodotti industriali fatti apposta per inebetire ed entrare sotto pelle. Sanno che si tratta di confezioni vuote atte al consumo usa e getta. Sanno di contribuire al proprio inebetimento, eppure perseverano, accontentandosi di dirsi di sapere.

S’incoraggia l’acquisto della merda in musica purché se ne rida, perché va bene ascoltare o leggere qualunque cosa, basta che la si disprezzi, in modo da sentirsi migliori di chi fa le stesse cose, ma crede in quel che fa. Si cerca insomma il peggio della società e ci si accontenta di stare appena un gradino sopra di esso, consumando gli stessi prodotti dannosi e senza qualità, ma sapendo che fanno male e sono vuoti. In questo conformismo ironico non rimane che la potenza del mercato, il fatto che alla fine, in un modo o nell’altro, si acquista ciò che viene dato. Non resta che la forza di chi tira i fili e produce sempre nuovi ninnoli da far girare sulla culla della massa, sorridente e sbalordita.

Si affiancano e si mischiano la qualità e la merda come se quello fosse un gioco divertente, come quello se fosse criticare, come se fosse decostruire o anche solo dire qualcosa. Mentre quel pastiche indifferenziato è solo l’esposizione e la celebrazione della superficialità, l’orgoglio del brutale squallore, l’arroganza della stupidità che si vanta e si autoassolve. I giochini logici a disposizione dell’obbedienza si moltiplicano, rendendo possibile giustificare e fondare ogni schifezza piccolo egoista, mascherare ogni dipendenza e ogni sudditanza sotto una narrazione di libertà ed emancipazione.

Le catastrofi e l’immagine

Le catastrofi e l’immagine

Malafede

di Riccardo  Cameranesi

Le troppe informazioni che giungono da ogni lato del cyberspazio incoraggiano la rinuncia a capire, la resa totale nei confronti dell’insensatezza, e il mondo sensibile e carnale perde concretezza e immediatezza per farsi sempre più filtrato, mediato e mediatizzato. La cacofonia che sommerge gli utenti, il bombardamento insopportabile di stimoli di ogni sorta, atrofizza la capacità di ascolto e rende irriconoscibile la propria esistenza biologica, ma sopratutto provoca un drammatico spaesamento esistenziale e un conformismo di massa in forma di piccolo cinismo.

La possibilità di contraffare e manipolare totalmente le immagini rivoluziona la percezione di ciò che è reale, modifica l’immaginario della società e sostiene il solito cinismo. Se da un lato il mondo è sempre più un mondo di immagini, dall’altro queste sono inaffidabili, truccabili, menzognere. E questo alimenta al contempo alienazione e sfiducia.

Le pubblicità hanno allevato generazioni intere a uno scetticismo banale e gretto, le hanno abituate a disprezzare la verità, a non preoccuparsi delle bugie seduttive, secondo la solita logica del cinismo misero che si accontenta di sapere che sta ascoltando una menzogna, senza indignarsi per l’inganno, e poi va a comprare il prodotto appena visto. Sistematiche bugie e totale sudditanza: far credere che tutto sia falso mentre si spinge a restare seduti a ingoiare lo sterco videotrasmesso, perché quello che vedo è finto, ma devo restare a vederlo, non cambiare canale, né tantomeno spegnere gli schermi.

Sotto questa luce il web segna l’epoca massima dell’idealismo dell’antidealismo, della religione dell’antireligione, dell’incanto del disincanto, del conformismo dell’anticonformismo: il web è il teatrino del cinismo passivo che mischia le carte senza sosta, che sovrappone vero e falso e appiattisce entrambi su due dimensioni, castrando ogni sublimazione e ogni trascendenza.