P.s.

Pubblica sicurezza, fino a qualche tempo fa, era sinonimo di polizia. C’erano i commissari e i commissariati di p.s. e finiva lì. Adesso è diventata un’aspirazione massima, un’ideologia, lo scopo della politica. Ogni buon governo avrà un ministro di p.s. come ce l’ha dell’economia e non ci sarà più un politicante di destra o di sinistra che non faccia della sicurezza la sua insegna elettorale. E già, oggi non sei più sicuro di nulla e non puoi fidarti nemmeno del vicino di casa. Non c’è un secondo o terzo piano in città che non abbia le sbarre alle finestre e tutti vorrebbero avere al pianterreno una stazione dei carabinieri. Ma anche così non ci sentiremmo sicuri, neppure se sbarrassimo i confini e cacciassimo via tutte le badanti e gli albanesi e girassimo con un personal revolver al posto del cellulare.

L’insicurezza è un’angoscia individuale e collettiva, di cui però bisognerebbe capire un pò meglio le cause. È una patologia troppo diffusa per attribuirla ai virus dell’immigrazione e della micro o maxi criminalità. Ed è improbabile che possa essere curata da superministri di p.s., dalla tolleranza zero e da altre simpatiche mode.

C’è chi è insicuro, per esempio, perchè se si ammala non sa se sarà curato, se domani ci sarà ancora un servizio sanitario pubblico (pubblica sicurezza) oppure no. C’è invece chi è insicuro del suo posto di lavoro, precarietà e flessibilità (pubblica insicurezza) gli tolgono il sonno. C’è chi si sente insicuro in autostrada perchè i cretini possono andare a 200 all’ora. Eccetera.

Ma se elencassi tutte le cause dell’insicurezza che angoscia la moderna società non la finirei più. Forse c’entra anche la politica. Forse mi sentirò di nuovo in compagnia e molta gente si sentirà meno angosciata il giorno in cui ricomparirà una sinistra che non confonda la politica con la p. s. e che ritrovi una idealità. Sapete, l’eguaglianza (relativa, si intende) e cose simili, un pò di politiche redistributive, un pò di internazionalismo al posto dell’egoismo.  Perchè non proponiamo con civile innocenza di aprire le frontiere a tutti, con poche regole ma senza limiti? Perchè perderemmo con onore le elezioni, che perdiamo lo stesso senza onore?

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27.01

Cominciavo a non poterne più della Giornata della Memoria. E non è un buon modo per cominciare un articolo dedicato a questa data, lo so.

Il fatto è che pochi anni di una ritualità equivoca mi sembrano bastati a immiserire, se non a svuotare di senso l’iniziativa più che meritoria del parlamento italiano (la legge istitutiva è del 2000) poi ripresa dalle Nazioni Unite nel 2005, di intitolare al ricordo della Shoah la data anniversario dell’ingresso delle truppe sovietiche nel campo di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Il giorno in cui Primo Levi lesse nello sguardo del soldato russo liberatore la vergogna “che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.

Certo, non avrebbe senso disconoscere la funzione e l’importanza assunta dai riti nelle società, quale che sia il loro grado di organizzazione, né insistere sul rischio che la ritualità finisca per essere tutto ciò che resta del significato che l’originò. Ma da qualche parte dovevo pur cominciare.

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20.18

[…] Non ci sarà il meglio: il 2018 sarà l’annata più scarsa per vino e cioccolato. Non è tutto, inizia ufficialmente la penuria di avocado. Postilla triste: le giovani generazioni s’affliggonodi più per l’avocado.

Non ci sarà più il patriarcato. Almeno per un pò. Ma pare che si riprenderà anche stavolta, gagliardo più di prima.

Non ci saranno gli apparecchi fissi in casa, a tagliare i fili inizieranno in Francia. Finisce un’era, precisamente il medioevo sentimentale: fino a vent’anni fa, se qualcuno ti voleva, doveva chiamare. Serviva il coraggio della telefonata. Finche’ un giorno arrivarono gli sms e poi il loro ultimogenito, WhatApp. Fu inventato il “ti voglio” intermedio – scrivere messaggi – e l’amore non fu mai più come prima.

Non ci saranno i Mondiali di calcio, o meglio: ci saranno tutti, noi no. Sapevamo cos’era perdere in finale, ora sappiamo cos’è perdere come quelli che non hanno vinto mai.

Non ci sarà ancora un governo con cui prendersela. Intanto: antivaccinisti, neofascisti e quisque de populo in agguato. C’è il rischio di rimpiangere i tecnici, forse addirittura i faccendieri. Non ci sarà una sinistra unita nemmeno nel 2018. A meno di miracoli. Ma ai miracoli bisogna essere adatti, qui a sinistra piace stare sulla riva del fiume a contare le correnti interne mentre aspettiamo il cadavere del nemico. Per scoprire che il cadavere eravamo sempre noi.

Non ci saranno più (grossi) assegni di mantenimento in caso di divorzio, sposarsi per amore era già inutile, dal 2018 diventa inutile sposarsi per soldi.

Non ci sarà da aspettarsi grossa letteratura. Nessun nuovo libro di Franzen all’orizzonte, Safran Foer ormai scrive un romanzo ogni 10 anni, Philipp Roth ha buttato le carte alle ortiche con la scusa che è vecchio e non ragiona più.

Non ci sarà nessun capo di Stato che dia l’apparenza di brava persona, un Obama che culla neonati da guardare su Istagram per sentirsi rassicurati. Macron è durato finchè gli è servito. Non ci sarà impeachment per Trump. Si sa come va, la vita funziona per sottrazione, non per accumulo: più passa il tempo, più diminuiscono le possibilità.

2018, inedito storico. l’anno in cui possiamo cominciare a contare i danni da gennaio.

Ester Viola

 

 

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