Tra remake e sequel, il nostro immaginario è ormai morto

di Moralia in lob

di Fabio Chiusi

Sempre più spesso, nella cultura popolare di massa, l’immaginario del presente è un rigurgito dell’immaginario del passato. Dei suoi miti e leggende. Delle avventure e degli eccessi. Sempre più spesso quel rigurgito ci costringe a tornare sulla scena del delitto, lì dove stava la vita, per scoprire e riscoprire, annoiati, le sagome disegnate col gesso sul pavimento, gli indizi sui morti che ormai conosciamo a memoria. Ma i morti stanno dentro di noi, sono i nostri sogni e desideri, disastrati da decenni di ritorni, ritocchi, ampliamenti – senza che si siano in realtà mai mossi di un millimetro.

Torniamo a Los Angeles tra i replicanti, sul ring di Rocky, nelle giungle di Rambo; i nostri figli imbracciano le spade laser che imbracciavamo noi, da bambini; mettiamo il cappello di Indiana Jones, come fosse sempre la prima volta. È tutto più bello, vivido, grande, reale. E, insieme, è tutto più finto. Il primo respiro di Vader è indimenticabile: basta quello a incutere timore, scatenare l’attenzione. In “Rogue One”, invece, serve una carrellata di decessi spettacolari, corpi gettati al soffitto con il solo pensiero, luci e fumi e passaggi registici che inducano una concitazione che altrimenti è fermamente ancorata allo sbadiglio. Lo stesso vale per infinite altre avventure di successo. I ragazzi a confronto col Demogorgon in “Stranger Things” – di cui è da poco uscito il seguito – siamo noi nati negli anni Ottanta, e le loro paure non dicono niente se non alla nostra memoria.

Le abbiamo lette e viste in “IT”, a sua volta fresco di rifacimento; ne abbiamo condiviso ogni dettaglio in mille e mille survival horror su console e pc, pellicole al cinema e a casa; non c’è un singolo momento di quella serie tv, peraltro tecnicamente e narrativamente impeccabile, che non affondi nel citazionismo, nel metatestuale. Tutto è riferimento, e niente dice. Per dire, ha bisogno di significati già presenti in chi guarda. Non restituisce più stimoli, se non per la nostalgia. È come scorrere un album di famiglia, ma per il terrore e il sogno, il rigetto e il desiderio. Guardare emozioni, invece di viverle. Nessuna sorpresa il risultato sia la noia, l’indifferenza. È la sensazione comune, per i “soft remake”. Il Renton di Trainspotting 2 è problematico come quello di Trainspotting 1, ma non suscita affatto lo stesso interesse.

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Nel 1996 l’estetica eroinomane che incarnava era in grado di spaccare la morale dello spettatore in due: da un lato, profondo rigetto, dall’altro una insondabile attrazione. Nel 2017, invece, a spaccare il cervello è una domanda: che bisogno avevamo di sapere come se la passa un ex eroinomane, vent’anni dopo? Più Pianeti delle Scimmie; altri Independence Day, Terminator, Godzilla, Mad Max. Come nei videogiochi, è l’eterno ritorno dell’Uguale – solo, in alta definizione. È la sindrome Super Mario: si possono aggiungere dimensioni, personaggi, texture, opzioni, ma il mondo è sempre lo stesso, le sue regole e confini sempre le stesse.

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Se non fossero spietate operazioni di pigrizia intellettuale e commerciale, si potrebbe quasi dire che quello sfondo comune su cui si muove e recita l’immaginario popolare di massa delle nostre esistenze funga da collante tra vecchie e nuove generazioni. Ma sarebbe errato. È solo un modo per mantenere le prime attaccate a desideri che l’industria creativa – nel mezzo della rivoluzione che la disintermedia – sa di poter soddisfare, e insieme in una illusione di perenne fanciullezza che, secondo dati Demos & Coop pubblicati da Repubblica, porta gli italiani a credersi “giovani” fino a 52 anni. Quanto alle seconde, che lo sono davvero, è una violenza surreale, cinica imporvi fantasie di ritorno, rimasticate da milioni e milioni di palati per decenni, come le menti nuove dovessero conformarsi alle vecchie per desiderare. È un processo affine alla dominazione ideologica, che sempre si pone come priva di alternative; ma è anche un altro modo del primato della tecnica sull’arte, un concepire la cultura di massa come dipendente più dall’esattezza chirurgica, ingegneristica di astronavi mai esistite che dall’umanità, e dunque dalla curiosa inesattezza, di chi le guida.

L’immaginario popolare che oggi passa davanti ai nostri occhi con la stessa insonne stanchezza con cui i fogli passano nella fotocopiatrice del protagonista di “Fight Club” – a proposito, a quando un rifacimento su pellicola, dopo quello cartaceo? – non contempla un peso psicologico come quello subito da George Lucas mentre girava il primo “Guerre Stellari”. Le battute di attori e produzione, gli sguardi allibiti di fronte ai costumi di bizzarre creature analogiche sono parte di un repertorio sconosciuto ai pavidi registi delle moderne riedizioni e spin-off della sua idea originaria.

Oggi semmai il problema è opposto: essere abbastanza conformi all’originale da non scontentare i fan più ortodossi, i nostalgici, e insieme abbastanza difformi da non far gridare al plagio. Ma di plagio comunque si tratta: plagio di immaginazione. L’esercizio di difformità crolla sotto il peso dei riferimenti, delle citazioni, del rispetto di regole per sospendere l’incredulità dettate decenni prima, da menti coraggiose – allora – ma tutto sommato inconsapevoli del loro coraggio. E il risultato è così accademico, di maniera. I personaggi non evolvono: invecchiano come dentro a un diorama che qualcuno ha deciso improvvisamente di rovesciare per farvi piovere non la neve, ma denaro. I mondi stessi non evolvono: i mostri sconfitti ritornano, gli imperi distrutti risorgono, le epidemie debellate mietono altre vittime. Il finale di “Blade Runner 2049” mostra il cacciatore di replicanti, Deckard, incatenato, inerme: sembra la personificazione del nostro immaginario. Lui, l’eroe, è stanco, vecchio, l’ombra di se stesso – sbiadito, come i sogni che suscita. Anche noi, come lui, sopravviveremo. Sopravviveremo a ogni remake, soft o meno, di talento o grossolano, per tutti o nessuno; ma a ogni lotta avremo un po’ meno interesse all’autoconservazione e insieme al rinnovarsi del nostro immaginario, della sua giovinezza, freschezza, improbabilità, cattiveria. Del genio che viene dall’inedito connettersi di eventi, fenomeni e idee che ogni vuota riproposizione vuole sconfiggere.

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Sopravviveremo, insomma, ma saremo a ogni scontro più inquinati, meno liberi di creare e meno liberi in ciò che era già stato creato, e avevamo assimilato e fatto nostro. L’immaginario che diviene rigurgito ci toglie l’appetito per altro immaginario, è questo il problema. Non la “post-ideologia” dove tutto si equivale, ma il dominio dello stesso. Una spirale più stringente, più indifferente e insieme letale a ogni giro. Una spirale che collassa in un pensiero: se il cinema, come dice Slavok Žižek, è la perversione estrema – non darci quanto desideriamo, ma dirci come desiderare – il soft remake dell’immaginario, non pervertendo più nulla, non è cinema. Quando accadrà noi che guardiamo, se ancora guarderemo, non saremo più uomini. Chissà, replicanti.