27.01

Cominciavo a non poterne più della Giornata della Memoria. E non è un buon modo per cominciare un articolo dedicato a questa data, lo so.

Il fatto è che pochi anni di una ritualità equivoca mi sembrano bastati a immiserire, se non a svuotare di senso l’iniziativa più che meritoria del parlamento italiano (la legge istitutiva è del 2000) poi ripresa dalle Nazioni Unite nel 2005, di intitolare al ricordo della Shoah la data anniversario dell’ingresso delle truppe sovietiche nel campo di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. Il giorno in cui Primo Levi lesse nello sguardo del soldato russo liberatore la vergogna “che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.

Certo, non avrebbe senso disconoscere la funzione e l’importanza assunta dai riti nelle società, quale che sia il loro grado di organizzazione, né insistere sul rischio che la ritualità finisca per essere tutto ciò che resta del significato che l’originò. Ma da qualche parte dovevo pur cominciare.

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