Il postmoderno Ep. 3

di Moralia in lob

postmoderno

Qui la prima parte e qui la seconda

Corrosione delle antinomie, dissoluzione delle strutture del romanzesco, comunicazione a codice variabile o senza codice, partecipazione attiva degli spettatori, il modernismo obbedisce già ad un processo di personalizzazione in un’epoca in cui la logica sociale dominante continua ad essere disciplinare. L’arte moderna presenta questo aspetto cruciale: inaugura, nella febbre rivoluzionaria, alla svolta del secolo, un tipo di cultura la cui logica coincide esattamente con quella che prevarrà, più tardi, nel momento in cui il consumismo, l’istruzione, la distribuzione, l’informazione scivoleranno verso un’organizzazione fatta di partecipazione, sollecitazione, soggettivazione, comunicazione. Questa grande fase del modernismo, quella che ha conosciuto gli scandali dell’avanguardia, è conclusa. Oggi l’avanguardia ha perso la sua virtù provocatoria, non vi è più alcuna tensione fra gli artisti innovatori e il pubblico in quando non c’è più nessuno che difenda l’ordine e la tradizione. Trasformazione del pubblico derivante dal fatto che l’edonismo, appannaggio alla svolta del secolo di un ristretto numero di artisti antiborghesi, è diventato, sostenuto dal consumismo di massa, il valore centrale della nostra cultura.

È a questo punto che si entra nella cultura postmoderna, questa categoria che, secondo Bell, contraddistingue il momento in cui l’avanguardia non suscita più indignazione, in cui le ricerche innovatrici sono legittime, in cui il piacere e la stimolazione dei sensi diventano i valori dominanti della vita di tutti i giorni. “La vera rivoluzione della società moderna si verificò nel corso degli anni Venti, quando la produzione di massa e un elevato grado di consumo cominciarono a trasformare la vita della classe media”. Questa mutazione raggiungerà il suo massimo regime soltanto all’indomani della Seconda Guerra mondiale, e ha una portata più profonda: essa risiede essenzialmente nella definitiva realizzazione del secolare obiettivo delle società moderne, e cioè il controllo totale della società e, d’altro canto, la liberazione sempre maggiore della sfera privata lasciata ormai in balia del self-service generalizzato, della rapidità della moda, della fluttuazione di qualsiasi principio, ruolo e status.

Dopo le rivoluzioni economiche e politiche dei secoli XVIII e XIX, dopo la rivoluzione artistica alla svolta del secolo, è la rivoluzione del quotidiano che prende forma. Un uomo moderno d’ora innanzi è aperto alle novità, idoneo a mutare senza opporre resistenza al modo di vivere. Cade così anche l’ultima barriera che ancora sfuggiva alla penetrazione burocratica, alla gestione scientifica e tecnica dei comportamenti, al controllo dei poteri moderni che dovunque aboliscono le forme tradizionali di socievolezza e si industriano a produrre-organizzare quella che deve essere la vita dei gruppi e degli individui, fin nei loro desideri e nella loro intimità. Controllo delicato, non meccanismo totalitario; il consumismo è un processo che funziona con la seduzione: gli individui adottano si gli oggetti, le mode, le formule di svago elaborate dalle organizzazioni specializzate, ma a modo loro, accettando questo e non quell’altro, combinando liberamente gli elementi programmati.

Se il consumo elimina la cultura puritana ed autoritaria, non lo fa a vantaggio di una cultura irrazionale o impulsiva, ma, più in profondità, si instaura un nuovo tipo di socializzazione “razionale” del soggetto, non certo con la scelta dei contenuti, ma con il seducente imperativo di informarsi, di autogestirsi, di prevedere, di riciclarsi, di assoggettare la propria vita alle norme delle cure e dei test. L’èra del consumismo desocializza gli individui e correlativamente li socializza mediante la logica dei bisogni e dell’informazione: il processo di personalizzazione fa apparire un individuo informato e responsabilizzato, mittente costante di se stesso.

Fine Ep. 3 (La prossima e ultima puntata le conclusioni)