Malafede

di Riccardo  Cameranesi

Le troppe informazioni che giungono da ogni lato del cyberspazio incoraggiano la rinuncia a capire, la resa totale nei confronti dell’insensatezza, e il mondo sensibile e carnale perde concretezza e immediatezza per farsi sempre più filtrato, mediato e mediatizzato. La cacofonia che sommerge gli utenti, il bombardamento insopportabile di stimoli di ogni sorta, atrofizza la capacità di ascolto e rende irriconoscibile la propria esistenza biologica, ma sopratutto provoca un drammatico spaesamento esistenziale e un conformismo di massa in forma di piccolo cinismo.

La possibilità di contraffare e manipolare totalmente le immagini rivoluziona la percezione di ciò che è reale, modifica l’immaginario della società e sostiene il solito cinismo. Se da un lato il mondo è sempre più un mondo di immagini, dall’altro queste sono inaffidabili, truccabili, menzognere. E questo alimenta al contempo alienazione e sfiducia.

Le pubblicità hanno allevato generazioni intere a uno scetticismo banale e gretto, le hanno abituate a disprezzare la verità, a non preoccuparsi delle bugie seduttive, secondo la solita logica del cinismo misero che si accontenta di sapere che sta ascoltando una menzogna, senza indignarsi per l’inganno, e poi va a comprare il prodotto appena visto. Sistematiche bugie e totale sudditanza: far credere che tutto sia falso mentre si spinge a restare seduti a ingoiare lo sterco videotrasmesso, perché quello che vedo è finto, ma devo restare a vederlo, non cambiare canale, né tantomeno spegnere gli schermi.

Sotto questa luce il web segna l’epoca massima dell’idealismo dell’antidealismo, della religione dell’antireligione, dell’incanto del disincanto, del conformismo dell’anticonformismo: il web è il teatrino del cinismo passivo che mischia le carte senza sosta, che sovrappone vero e falso e appiattisce entrambi su due dimensioni, castrando ogni sublimazione e ogni trascendenza.

Bunker

Ora la notte è violenza e arsenico.
E viola non è lutto
ma il livido che marchia il cielo,
l’oscura cicatrice che scava il sangue –
il tatuaggio, l’urto.

Ora la notte
non è detta,
la vita
non è data, non è mai venuta –
ora la fitta, la stretta
ci danno un varco,
la nostra meta vera,
la 
ferita

Alessandro Bellasio – Nel tempo e nell’urto